Ora che l’accordo tra i tre partiti più grandi appare fatto (e quasi non ci si crede finché non si vede), il Parlamento sulla riforma elettorale vuole andare avanti a passo di carica. Lo ha ribadito durante la direzione del Pd il segretario Matteo Renzi, che ha spiegato che la legge elettorale dev’essere votata entro il 7 luglio oppure diventerà tutto un po’ più complicato. Così in commissione Affari costituzionali, alla Camera, la tensione si è alzata di nuovo questa volta sul ritmo da dare alla discussione. Secondo alcuni partiti più piccoli, infatti, serve almeno una settimana per valutare la nuova proposta che arriverà da Emanuele Fiano (la terza del Pd in pochi mesi, peraltro). Alcune forze politiche – come Mdp, i centristi di Democrazia Solidale e Civici Innovatori e i fittiani di Direzione Italia – hanno anche minacciato di non partecipare ai lavori, mentre Ignazio La Russa per i Fratelli d’Italia ha chiesto almeno 48 ore. Ma tutto è stato vano: in ufficio di presidenza la presidente Laura Boldrini non ha potuto non tenere di conto della linea ampiamente maggioritaria di Pd, Forza Italia, M5s, Lega Nord e Ala che rappresentano 455 deputati su 630. La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha dunque confermato che non ci sarà nessuno slittamento nell’esame in aula previsto per il 5 giugno. Sono previste 22 ore di dibattito, le stesse che erano state previste per l’Italicum, e potranno tenersi votazioni dal 6 al 9 giugno: di conseguenza, stando a queste decisioni, a Montecitorio non ci sarà la pausa dei lavori parlamentari per le amministrative. La presidente Boldrini “pur comprendendo le ragioni di chi chiedeva più tempo ma non ha potuto non prendere atto – viene riferito – dell’ampia maggioranza”.

Le tensioni in commissione sono le stesse che contraddistinguono in questi giorni la maggioranza di governo. Non solo incidenti di percorso sulla manovrina, per esempio con l’approvazione di un emendamento a favore del teatro Eliseo di Roma contro il parere dell’esecutivo. Ma anche lo scontro diventato frontale tra i leader principali, Matteo Renzi e Angelino Alfano. Il primo ha ribadito ieri che se c’è una cosa inamovibile del testo su cui i democratici si sono accordati con Forza Italia e Cinquestelle è proprio la soglia di sbarramento al 5 per cento. E sul punto Renzi aveva mandato un messaggio diretto ad Alfano: “Noi non siamo a difendere i piccoli veti dei piccoli partiti, ma il diritto di voto dei cittadini”.

Oggi Alfano risponde, con sarcasmo: “Assistiamo divertiti a queste dichiarazioni sul potere di ricatto e di veto dei ‘piccoli partiti’. Incredibile – scrive su facebook il ministro degli Esteri – Fin qui i governi li ha fatti cadere solo il Pd, peccato fossero i propri. Letta, Renzi e adesso vedremo se indurrà anche Gentiloni alle dimissioni oppure lo sfiducerà. In tutti e tre i casi, il segretario del Pd è sempre lo stesso”. La replica è diretta, dunque: “Piccoli partiti? Diffidare dei grandi. Questa chiamasi instabilità ma – caro Pd – tu chiamale, se vuoi, elezioni”.

Quanto all’area politica di cui Alternativa Popolare potrebbe far parte (anche per cercare di superare la soglia del 5 per cento) Alfano annuncia che “faremo le primarie tra chi vuole farle. Prima viene il progetto di riaggregazione moderata, liberale e popolare, fondata su un programma, e poi vengono le primarie a cui hanno detto già di sì, l’8 aprile, i Centristi per l’Europa di Casini, il Movimento Fare di Tosi, Scelta Civica .Lavoreremo per unire e per aggregare tutti coloro i quali credono nei valori liberali, popolari e moderati, ma il leader lo sceglieremo con metodo democratico”.

Convintissimo dell’intesa a tre con Partito democratico e Cinquestelle è il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi: “L’accordo sulle regole fra le principali forze politiche – dichiara dopo aver incontrato i capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani – non prefigura alcun accordo politico per la prossima legislatura, nessuna grande coalizione, ma soltanto la corretta condivisione delle regole elettorali”. Secondo l’ex presidente del Consiglio c’è “l’esigenza di applicare il sistema tedesco”. In particolare si sofferma su “sbarramento al 5 per cento, liste proporzionali di lunghezza adeguata, metodo proporzionale di attribuzione dei seggi, su base nazionale, analogo a quello utilizzato in Germania, escludendo qualsiasi ipotesi di voto di preferenza. Questo accordo potrà finalmente restituire la parola agli italiani, consentendo agli elettori, dopo quattro governi non scelti dai cittadini, di decidere da chi vogliono essere governati”.