Anche gli angeli del cielo piansero domenica 28 maggio mentre si svolgeva il rito dell’addio di Francesco Totti alla maglia giallorossa. Quel lungo, interminabile, addio  – durato quanto un intero campionato di calcio – che ha trasformato l’allenatore Luciano Spalletti nel boia mefistofelico (anche per un certo quale feticismo pilifero) del sogno spezzato di un’eterna giovinezza.

Eppure, altri dei degli stadi prima di lui avevano dovuto prendere atto dell’inesorabile scorrere del tempo. Alfredo Di Stefano, Gigi Riva, Pelé, Johan Cruijff, Gianni Rivera e Roberto Baggio, Michel Platini, Bobby Charlton e Denis Law, Franz Beckenbauer, Omar Sivori fino al nostro ultimo asso assoluto Paolo Maldini: una coorte interminabile di grandissimi usciti di scena con estrema decenza e senza strepiti. Poi ci sono stati quelli che non volevano arrendersi e continuavano a calcare i campi da gioco ben oltre il tempo assegnato da madre natura: il campione ungherese del Real Ferec Puskas, che giocò (con la panciera) fino a 39 anni, e il primo pallone d’oro Stanley Matthews, sulla breccia fino a 50 anni e cinque giorni.

Sopravvissuti alla propria gloria circense, circondati dall’affettuosa tenerezza di tutti i pubblici. Anche perché a quell’età le gambe sono ciò che sono e i gesti atletici un pallido ricordo di antichi e non più ripetibili colpi straordinari. Tanto che il Capitano romanista per antonomasia e la sua incrollabile tifoseria avrebbero dovuto fare un monumento al trainer che ne centellinava le uscite, evitando figuracce a scapito del ricordo di passate grandezze; mentre la squadra raggiungeva risultati eccellenti, come l’entrata in Coppa dei Campioni grazie alla piazza d’onore conquistata.

Invece, abbiamo assistito alla teatralizzazione che più nazionalpopolare non si può: il piagnisteo da prefiche di tutte le mamme d’Italia per un calciatore di qualità eccelsa, che come uomo non è mai riuscito a oltrepassare la soglia dell’infanzia. Un Peter Pan piacione che dal calcio ha ricevuto gloria e ricchezza, senza che il quarantenne riuscisse a predisporsi per l’inevitabile dopo. E che su questo smarrimento ha trascinato un intero popolo in gramaglie. Fino alla consunzione dell’atleta.

Insomma, la metafora di un’italianità mammista e compagnuccia, che coltiva il richiamo irresistibile del rassicurante porto di casa, del quartiere, della dimensione comunitaria che mette radici nel richiamo pantofolaio dei sempiterni rituali domestici. E – così facendo – vanifica gli straordinari talenti avuti in dono. Il tanto celebrato attaccamento alla propria romanità, intesa come squadra e paesaggio urbano, non aveva come motivazione reale una buona dose di pigrizia? Il rifiutare di mettersi in gioco affrontando esperienze altrove, che gli avrebbero consentito di valorizzare la propria carriera con obiettivi e risultati ben più ambiziosi di quelli conseguibili da invecchiato enfant du pays.

Mettendosi in gioco, come Zinedine Zidane che lascia i troni francesi per misurarsi a Torino e Madrid; come il ragazzino Lionel Messi che attraversa l’oceano per migliorarsi e diventare il primo del mondo. Un Totti meno casereccio non avrebbe potuto ambire a un tale suggello? Ma qui salta fuori la nostra tipica natura emotiva che avvolge nel patetismo il senso delle cose. Per cui l’attitudine rinunciataria diventa fedeltà. Per cui Gonzalo Higuain scade a “core ingrato” per gli aficionados del San Paolo, quando è solo un professionista che ha dato ai napoletani quanto si era impegnato a produrre (gol a ripetizione), per poi scegliere di investire gli ultimi anni a disposizione in una società più strutturata; garanzia di risultati che lo incoronino campione. In un gioco che ormai da tempo è solo entertainment, business, non parrocchietta.

Per Francesco Totti, il rimpianto è ciò che ancora di più avrebbe potuto essere, le imprese che avrebbe potuto compiere; e il rammarico per il sentimento appiccicoso e campanilistico che lo condannava all’incompiutezza del Pupone.