C’è questo posto piuttosto bizzarro ma in qualche modo familiare dove uno rischia di imbattersi in Marlon Brando e Lenny Bruce, ma anche in Marlene Dietrich e Marilyn Monroe. Tra cielo terso, fiori colorati, una bambola indiana con quattro braccia e un nano da giardino, s’incontrano con certezza anche George Bernard Shaw e Oscar Wilde, Edgar Allan Poe e William Burroughs. La compagnia è di quelle interessanti – viene da dire indimenticabile – perché al già allegro gruppo si aggiungono il guru Sri Lahiri Mahasaya, l’esploratore David Livingstone e pure Lawrence d’Arabia. Mancano ancora in molti all’appello ma soprattutto, mancano i quattro padroni di casa di questo posto bizzarro ma in qualche modo familiareJohn, Paul, Ringo e George. Perché le chiavi della cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, realizzata dall’artista britannico Peter Blake, appartengono a loro. Una delle copertine più iconografiche di sempre per uno degli album di musica pop-rock più importanti di sempre.

L’1 giugno del 2017 “Sgt. Pepper” compie cinquant’anni. Per festeggiarlo, la Apple pubblica diverse riedizioni e soprattutto un’edizione deluxe con quattro Cd, un Dvd, un Blu-ray e poi miniposter, inserti, roba preziosa per i collezionisti. Ma non basta. Dal 30 maggio al 2 giugno nelle sale italiane arriva il film The Beatles – Sgt. Pepper & Beyond. “I Beatles non sono una band rock n’roll, sono una forza della natura e hanno rappresentato una parte importante della mia vita. Desideravo fare questo film da quando avevo 9 anni”, dice il regista, Alan G. Parker, commentando questa pellicola che mette insieme eventi, racconti dei quattro di Liverpool, e una grande quantità di filmati d’archivio, di cui molti inediti. Dall’analisi dei testi delle canzoni, alla creazione della cover, passando per retroscena e reazioni dei fan, Sgt. Pepper & Beyond è una porta spalancata sui dodici mesi che consacrarono i Beatles come una della band più importanti e innovative della storia.

“Paul, quante volte hai preso l’LSD?”
“Quattro volte”
“E dove l’hai presa?”
“Se dovessi dire dove l’ho presa, è illegale”
“Non credi che avresti dovuto tenerlo per te?”
“Il fatto è che un giornalista mi ha fatto una domanda”

È giovane e sfacciato Paul McCartney, mentre dice a un giornalista quello che pensa dei giornalisti. Spavaldo, come chi sa d’avere in pugno lo spirito del tempo e d’averlo fatto musica. D’altronde, quando iniziano a girare Sgt. Pepper i quattro di Liverpool sono all’apice di un successo gargantuesco. E per non rischiare che la popolarità li renda prevedibili, decidono che il nuovo lavoro deve diventare l’opera di una band immaginaria, La banda del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepper. “Pensavo che sarebbe stato simpatico perdere le nostre identità – racconta McCartney – e diventare i personaggi di un gruppo finto. Avremmo potuto costruirgli intorno tutta una storia culturale, e raccogliere tutti i nostri eroi in un solo posto”. John, perché con lui bisognava fare i conti, accoglie l’idea con freddezza. Poi ci ripensa, anche per via delle sue sperimentazioni con l’LSD (sua era questa ‘attitudine’ più di quanto lo fosse di Paul) che lo rendono più accogliente. Una band sconosciuta, libera, capace di tutto. 400 ore di registrazione nello studio di Abbey Road, capolavori come Lucy in the sky with diamonds, Getting Better, Within You Without You, A day in the Life, When I’m Sixty – Four, insomma, come l’intera tracklistSgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band a 50 anni dall’uscita non è solo un album tanto attuale da meravigliare ma è anche un’istantanea di un’intera epoca storica, quei Sessanta grondanti cambiamento e anticonformismo dei quali i Beatles si fecero interpreti, abbattendo ogni regola e lavorando in studio come mai si era fatto. Da allora, niente suonò più come prima.