È la visita che temo e attendo, con calma studiata e timore celato, ogni 18 mesi: la visita cardiologica di controllo di mia figlia, nata con una piccola malformazione congenita, di cui i medici – per dispensare un vano sollievo scientifico ai genitori – dicono ne sia colpito il 3% della popolazione mondiale. Dopo l’elettrocardiogramma iniziale veniamo accolti nel buio della stanza nella quale verrà eseguita l’ecografia. Conosciamo sia la procedura che lo staff medico, siamo in cura nello stesso reparto da nove anni. Il medico che effettuerà l’esame non l’abbiamo mai visto, ha la premura e la diligenza delle nuove leve. Di fianco a lui è seduto invece un dottore che abbiamo incontrato diverse altre volte, anche lui le ha fatto delle ecografie. Questa volta è seduto di fianco all’altro medico e guarda il monitor insieme a lui.

La stanza è silenziosa: solo il rumore dei battiti imperfetti del cuore di mia figlia, immagini chiazzate come magma sul monitor, sfiati e respiri profondi del giovane dottore. È una visita lunga e i minuti sono pietre appese al mio cuore sano. Una luce proveniente da un angolo buio mi distrae. Il dottore seduto, quello con più esperienza, quello che è lì per dare supporto, per un secondo sguardo, una seconda interpretazione, non sta fissando il monitor dal quale dipenderà in futuro la vita di mia figlia, ma sta guardando lo schermo del suo cellulareFaccio qualche passo indietro per allungarmi e capire qual è il motivo della sua distrazione, proprio nel momento in cui da madre mi aggrappo alla sua conoscenza. Il mio intuito lo sa già, prima ancora di arrivargli dietro le spalle, e l’inconfondibile cornice blu me lo conferma.

Mi monta una furia cieca, voglio afferrargli il telefono e scuotergli le spalle gridandogli addosso, sento la carotide pulsarmi feroce in un moto di rabbia e incredulità. Ma poi non faccio nulla e mi chino vigliaccamente alla logica di riverenza verso il camicie bianco. È noioso guardare un monitor tutto il giorno? Possibile ma ,Cristo Santo, l’hai scelto come specializzazione: lo sapevi. E, sebbene inevitabilmente anche il lavoro più stimolante del mondo diventi routine, la tua etica del lavoro (ancor di più se hai scelto di curare dei bambini) deve prevalere sulla tua noia, sulla tua giornata storta, sui tuoi programmi dopo il turno.

O più realisticamente, deve prevalere sull’impulso di guardare lo status dei tuoi amici su Facebook, per la Madonna. Qualche giorno fa parlavo con un cliente, un chirurgo negli Stati Uniti. Nel suo ospedale è stato disattivato l’accesso a tutti i social media, da Facebook a Twitter a Instagram. Si è dovuto arrivare al punto di impedire al personale medico di distrarsi sul lavoro o di averne la tentazione, rimedio estremo contro una prassi impossibile da arginare diversamente. Anche un’altra cliente, cardiologa sempre negli Stati Uniti, mi ha confessato che durante il turno guarda Facebook perché si annoia tremendamente quando deve compilare le cartelle cliniche dei pazienti o quando alcuni colleghi parlano in riunione.

Dopo una di queste ultime conversazioni ho avuto una certezza assoluta: se anche i cervelli più fini, le menti più istruite, gli uomini più altruisti vengono meno alla loro missione, soccombendo al fascino di guardare i cazzi degli altri (perché questo i social sono, non venitemi a dire che offrono cultura e informazione) allora siamo spacciati. Non è catastrofismo: siamo alla frutta come generazione e come genere umano. Perché quando le persone iniziano a smantellare pezzo dopo pezzo, post dopo post, foto dopo foto, la propria capacità di generare idee, di stare in mezzo agli altri, di formarsi una mente critica attraverso il confronto e l’analisi dei fatti, diventano parte di una popolazione intellettualmente (e forse anche umanamente) morta. In attesa di venire riciclata, un giorno neanche troppo lontano e senza nemmeno l’onore della lotta, da un’intelligenza artificiale, da un robot.

Nel frattempo, ai pochi rimasti tocca resistere e restare attaccati al bello della vita vissuta sul campo, inzaccherandosi le mani e il muso, azzuffandosi con gli altri dal vivo e non attraverso poche parole sgrammaticate, guardandosi e toccandosi per davvero. I grandi cambiamenti sociali nascono da delle forzature e un medico che, anziché tutelare la salute di un suo paziente cazzeggia al telefono, dovrebbe essere radiato immediatamente dall’ordine.