L’immaginario prodotto da Internet e dai nuovi mezzi di comunicazione ha incrociato ripetutamente la strada percorsa dal mondo dei fumetti e dei disegni animati. E viceversa. In greco, la chiocciola informatica è chiamata “papero” (παπί) e soprattutto “paperottolo” (παπάκι), non tanto per il caratteristico incedere, buffo e un po’ ciondolante, del palmipede, ma piuttosto perché assomiglia al profilo della sua testa o al suo occhio sgranato in tanti esempi del genere fumettistico. Facebook, il 24 febbraio 2016, ha introdotto la possibilità di intervenire su un post, come alternative al generico “mi piace”, con un cuoricino (love) o una fra quattro diverse faccine (sorridente, sorpresa, piangente, contrariata): ahah, wow, sigh, grr. Cinque reactions anche personalizzabili, magari con alcuni dei personaggi dei Pokémon.

I 176 emoji  inventati (1999) dal talentuoso Shigetaka Kurita, un giovane dipendente della compagnia telefonica giapponese Ntt DoCoMo intenzionato a creare un set di faccine che contemplassero l’intero repertorio delle espressioni umane, e “allora impegnato nell’ideazione della prima piattaforma internet mobile (i-Mode), un utile servizio per la prenotazione di spettacoli, l’invio e la ricezione di e-mail, la lettura di notiziari e la consultazione delle previsioni del tempo” (Massimo Arcangeli, La solitudine del punto esclamativo, in uscita presso il Saggiatore), era stato ispirato dai manga e dai kanji, i sinogrammi importati dal giapponese.

Originariamente in bianco e nero, si erano poi colorati di rosso, lilla, arancione, blu reale e verde erba; il loro lontano precursore era lo smiley, un cerchio giallo con su disegnati due puntini per gli occhi e una linea curva (concava) per la bocca atteggiata a sorriso e due pieghe ai suoi lati. A visitare l’Arf!, il Festival del Fumetto che si è svolto in questi giorni a Roma (26-28 maggio), e sul quale abbiamo voluto realizzare per i lettori un breve video, si ha l’impressione che, anche fra le tecniche fumettistiche di un tempo (e relativi maestri, come Milo Manara) e le nuove tecnologie per l’elaborazione dei balloon, si siano ormai moltiplicati gli incontri. Più che a un “gemellaggio”, anzi, ci è sembrato di assistere alla celebrazione di un legame giunto alla sua piena maturità.


di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani