Un nuovo attacco violento e militarmente ben organizzato ha colpito la minoranza cristiana in Egitto nella provincia di Minya il giorno prima dell’inizio del Ramadan, il mese sacro per i musulmani. Un attentato – senza ancora rivendicazione – che arriva poco più di un mese dopo le esplosioni della domenica delle palme e dopo il viaggio di Papa Francesco in nome “dell’unità e della fratellanza tra le religioni”. Ma quell’abbraccio tra Bergoglio e il grande imam di Al-Azhar, la massima autorità sunnita, non è servito a calmare l’ondata di attacchi che sempre più frequentemente colpiscono i cristiani.

Le cause di ciò che è definita una “tensione settaria” sono, infatti, da ricercare nella repressione governativa egiziana e nella nuova strategia dello Stato Islamico che – mentre registra enorme perdite militari in Siria e in Iraq – trova in Egitto terreno fertile per poter recuperare la propria immagine alimentando lo scontro etnico-confessionale. L’attacco nella provincia di Minya sottolinea nuovi aspetti dell’espansione dell’IS in Egitto, cominciata nell’autunno del 2014 con il giuramento di fedeltà da parte di Ansar Bayt Al-Maqdis, gruppo terroristico nel nord del Sinai precedentemente affiliato ad Al Qaeda.

La zona in cui è avvenuto l’attentato è nella cosiddetta regione dell’Upper Egypt, area ad alta intensità di cristiani e già nota per i diversi scontri tra cristiani e musulmani che si sono intensificati in particolare dopo il 2013 cioè dopo il colpo di stato da parte dell’allora generale – e ora presidente Abdel Fattah El-Sisi – ai danni del leader dei Fratelli Musulmani Mohammed Morsi. Allora i cristiani furono vittime di un’ondata di attacchi coordinati a bassa intensità. I Fratelli Musulmani commentarono le violenze a danno dei cristiani come “prevedibili” dopo l’appoggio del Papa copto Tawadros II al colpo di stato. Nonostante non ci sia mai stata una chiamata alla violenza esplicita da parte degli ikhwan, il clima d’odio di allora ha aumentato il numero degli attacchi mentre le forze di sicurezza non sono riusciti a contrastarli.

L’alto tasso di povertà dell’area, inoltre, è terreno fertile per il reclutamento e la formazione di nuove cellule estremiste. Zack Gold, analista del Rafik Hariri Center, ha ipotizzato che lo Stato Islamico, presente in maniera massiccia nel nord del Sinai, stia utilizzando cellule jihadiste già esistenti in quelle aeree mentre l’ondata di violenza degli ultimi mesi confermerebbe la capacità dello Stato Islamico di sferrare attacchi in tutto il paese.

Inoltre, lo scorso 4 maggio sulla newsletter dello Stato Islamico Al-Naba è apparsa un’intervista anonima da parte del presunto “Emiro dei soldati del califfato d’Egitto” che giustifica la campagna contro la minoranza cristiana in Egitto. “Siamo ormai una realtà e per i cristiani c’è solo l’Islam o la guerra”, diceva l’uomo che si definisce il capo dell’IS in Egitto. “Chiediamo ai musulmani egiziani di entrare a far parte dei miliziani del califfo o di condurre autonomamente attacchi contro la minoranza religiosa”.

L’intervista – che non è stata rilasciata da Sheick Abu Hajir al-Hasmi, l’uomo a capo del gruppo IS nella penisola del Sinai – lascia al momento molti punti in sospeso su un’eventuale riposizionamento del gruppo nel paese. Lo scorso mese Jantzen Garret, analista del think-tank Navanti Group, spiegava a Il Fatto Quotidiano che lo Stato Islamico ha già delle cellule attive nella regione del Delta del Nilo ma le informazioni sulla nascita di nuovi affiliati e della gerarchia dell’IS in Egitto restano poche e frammentate. Al momento dunque non è servito nemmeno lo stato di emergenza indetto dal presidente egiziano Al-Sisi lo scorso aprile a fermare gli attacchi, così come continua a rivelarsi inutile la campagna militare portata avanti nella penisola del Sinai. “Wilayat Sinai non sta avendo perdite significative di territorio e di uomini nonostante il successo annunciato di alcune operazioni militari tra cui l’uccisione del leader Abu Duaa Al-Ansari”, spiega al Fatto Quotidiano Allison L McManus, research director del Tahrir Institute for Middle East Policy. “Dal 2017 ci sono stati più di 131 attacchi nel nord della penisola con 100 militari e 42 civili morti. Inoltre, WS ha colpito fuori dalla sua solita aerea e si è spinto più a ovest nelle aree di Arish”.