Realtà e finzione. Ovvero l’eterna ed essenziale ambivalenza del cinema. Vitale e loquace, Roman Polanski è arrivato a Cannes con i suoi fantasmi. Quelli più profondi, quelli che l’hanno accompagnato fin dai suoi primi film. D’après una histoire vraie è il suo nuovo film nonché quello scelto da Fremaux per chiudere fuori concorso il 70° Festival di Cannes. Opera nettamente polanskiana, è la sua prima interpretata da due protagoniste donne, incarnate dalla moglie/musa Emmanuelle Seigner e da Eva Green, e la prima scritta assieme ad Olivier Assayas, che l’ha adattata dall’omonimo romanzo di Delphine de Vigan. Al centro del racconto è una scrittrice all’apice della popolarità che incontra una giovane donna appassionata al suo lavoro: diventano presto amiche in un processo di avvicinamento condotto dalla nuova arrivata – che si fa chiamare Elle ed è una ghostwriter – che velocemente entra nella vita della donna, tentando di vampirizzarla. Accanto alle evidenti mescolanze fra gli sguardi di Polanski ed Assayas si cela – fantasmatica – la presenza di Hitchcock, indiscusso maestro di entrambi. Impossibile infatti non ritrovare echi da Notorious, un titolo su tutti, impreziosendoli dal magnifico commento musicale che Alexandre Desplat ha distillato pensando indubbiamente al maestro del brivido e ai suoi “eredi”. Ma dentro ad D’après una histoire vraie, illuminato dal fedele Pawel Edelman alla sua sesta collaborazione con Polanski, c’è materia che rimanda anche altrove, da Eva contro Eva a Misery deve morire.

Insomma, un incontro virtuoso che forse non brilla per originalità ma di certo soddisfa nella sua resa finale. A Polanski, avido lettore di letteratura scientifica, piace lavorare sui romanzi, sui thriller: in questo caso a passarglielo è stata Emmanuelle, sposa e musa con cui anche davanti ai giornalisti riesce a scherzare: “Ci ispiriamo reciprocamente, e quando torniamo a casa cerchiamo di dimenticare il set e tutto il lavoro. Questo il nostro segreto”, dice Roman con l’approvazione della moglie. Ma è sulla sottile linea di separazione fra realtà e finzione – ovviamente – che il grande regista offre il meglio di sé: “Il vero tema contemporaneo è nella perdita di fiducia sulla veridicità dell’immagine fotografica. Un tempo ci si poteva fidare della fotografia in quanto documentazione del reale, oggi invece no perché può essere perfettamente manipolata, può diventare il più perfido inganno! Allora noi tutti sentiamo il bisogno di trovare, da qualche parte, qualcosa di cui fidarsi davvero in un’epoca in cui si può cambiare il destino del mondo con un gesto semplice e veloce che si amplifica milioni di volte sul pianeta. Questa è la vera sfida dell’uomo odierno, il resto è solo conseguenza”.

Giunti all’ultimo giorno, con la premiazione prevista domani sera, è tempo di bilanci. In un’edizione che doveva scolpirsi nella memoria, la 70ma ha invece siglato un flop, trasversalmente inteso. A poco, infatti, è servita l’epica foto-ricordo degli oltre 100 divini del cinema scesi dall’Olimpo di ogni dove (anche diversi italiani) sulla Croisette per celebrarsi nella notte tre giorni fa, dedicata al fatidico anniversaire. Verso la Palma d’oro hanno concorso opere dalla media modesta, il mega evento annunciato di Twin Peaks è fallito mediaticamente su uno scivolone di malintesi fra Showtime e il Festival (fortunatamente i primi due episodi di TP 3 sono talmente memorabili qualitativamente da incidere a prescindere..), ed infine – ma non per ultima – il caos incontrollabile dentro e nei dintorni dell’area festival creato, paradossalmente, dalla nevrosi da controllo maniacale senza un criterio realmente efficace: per quanto giustificata la prevenzione anti terrorismo, alcuni atteggiamenti paranoici alle postazioni dei vari “check point” hanno letteralmente mandato in tilt il popolo (per lo più composto da professionisti del settore) festivaliero di Cannes 2017.

In sintesi, si ha l’impressione che il principale festival cinematografico del mondo, il più ambito da qualunque cineasta abbia velleità autoriali, sia sulla strada dell’implosione. Un destino che può certamente mutare verso una volta adottate le utili precauzioni, in primis dal direttore Thierry Fremaux. Entrando nei meriti specifici del concorso e del famigerato “toto-palma” che non di rado fallisce su ogni pronostico, la giuria guidata da Pedro Almodovar e composta da registi di spessore come Paolo Sorrentino e Park Chan-wook potrebbe decidere di adottare la mediazione, oppure di stupire l’universo mondo con scelte estreme. Indubbiamente non potrà prescindere dal considerare i giudizi circolati sulle varie griglie critiche internazionali, dalla famosa del britannico Screen International a quella “nazionale” di Le film français che accorpa ben 15 testate francesi, fra specialiste (inclusi i mitici Cahiers) e generaliste. Tenendo dunque conto dei pronostici critici, secondo la media sancita da Screen, il vincitore con 3,2 voti su 5 è Loveless del russo Andrey Zvyagintsev, seguito dalla doppietta Wonderstruck di Todd Haynes e The Square dello svedese Ruben Östlund entrambi con 2,7/5. Con 2,5/5 è ben quotato da Screen anche il favorito assoluto dalla media di Le film français, 120 Battements par minute (BPM) del francese Robin Campillo, che si porta a casa 6 “palmette d’oro” (il massimo voto) su 15 votanti.

Al di là di voti, pronostici critici e medie più o meno stellate, il pur inutile toto-palma deve necessariamente applicarsi all’incrocio fra le caratteristiche dei film visti e quelle dei giurati chiamati a sentenziare. In tal senso è facile individuare nel film di Campillo diversi elementi che potrebbero orientare il giudizio positivo del presidente Almodovar, accanto al fatto ineluttabile che si tratta di un’opera a largo respiro e di buona fattura. Il favorito della vigilia invece, Michael Haneke, ha deluso le aspettative inducendo a pensare che non sarà fra i “palmati”, visto che a un cineasta già doppiamente vincitore del massimo riconoscimento è sconsigliabile “scalare” il peso del premio. In una rosa che comprende dunque i sopracitati ma anche il provocatorio The Killing of the Sacred Deer del greco Yorgos Lanthimos (è il film che più ha diviso i cannensi), il solido The Beguilded di Sofia Coppola, il corale The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach (il film scritto meglio) e l’outsider Good Time dei gemelli newyorkesi Benny e Josh Safdie potrebbe trovarsi il terzetto fra Palma d’oro, Gran Prix e Prix du Jury. Quanto alle interpretazioni, per gli uomini spiccano il “one man show” di Joaquin Phoenix nel violento You Were Never Really Here della scozzese Lynne Ramsay, il mimetico Jean-Luc Godard di Louis Garrel (il film è Le Redoubtable di Michel Hazanavicius) e il sorprendente giovane Nahuel Pérez Biscayart, nei panni di Sean, il protagonista di BPM. Per le attrici la scelta si riduce per evidente mancanza di bei ruoli femminili da protagoniste; in ogni caso il premio potrebbe essere un corale all’ensamble del film di Sofia Coppola che comprende fra le altre Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, la stessa Nicole Kidman per il film di Lanthimos ed infine la “one woman show” restituita dalla tedesca Diane Kruger per il drammatico Aus dem Nichts di Fatih Akin.