di Riccardo Cristiano*

“Foto” sunt substantia rerum, le fotografie sono la sostanza delle cose. Potrebbe essere questa l’impressione conclusiva del primo viaggio internazionale di Donald Trump. E, se così fosse, la fotografia che lo ritrae a colloquio con papa Francesco potrebbe essere quella che maggiormente lo ha interessato, visto che dal giorno del loro incontro in Vaticano campeggia sul profilo Twitter di President of the United States (Potus), molto caro a Donald Trump.

Ma quel colloquio non è stato percepito come il più importante nella fase organizzativa del primo viaggio all’estero del nuovo inquilino della Casa Bianca, tant’è vero che la decisione sulla sosta romana è stata presa quando le precedenti erano già state definite da tempo. E allora perché quell’immagine è risultata “l’immagine” per chi gestisce il profilo presidenziale? Perché la religione ha molto da dire alla definizione della politica estera americana. La dimensione teologica della presidenza degli Stati Uniti è risultata infatti confermata da Trump come lo era stata da Obama e da Bush jr. Proprio questa dimensione propriamente teologica risulta evidente se si considera che, per quanto ognuno di questi presidenti abbia chiaramente tentato di fare l’opposto del suo predecessore, tutti hanno deciso di fare dell’Islam (prima e più che dei musulmani) un interlocutore della Casa Bianca.

Dicendo “Gli Stati Uniti hanno un problema con l’Islam” o “Gli Stati Uniti non hanno un problema con l’Islam”, tutti e tre hanno confermato di ritenere che esista una dimensione teologica del loro ufficio. Trump, a onor del vero, ha detto una frase “tutta sua” che è parsa guardare a giovani, donne, imprenditori, più a musulmani o cristiani, quando ha detto “questa terra potrebbe essere il paradiso di turisti di tutto il mondo, di giovani ricercatori, e invece….”. Ma è parsa restare l’indicazione che sgorga dal profondo del cuore dell’imprenditore, che non si è tramutata in politica.

Così, questo viaggio rende possibile ipotizzare una lettura della visione di Trump: una sorta di “pancostantinismo“, nel quale la religione diviene l’alleata dei troni che li rappresentano. Una nuova Santa Alleanza, come quella che conobbe l’Europa, un sistema politico che regolò la vita dei principali Stati europei dal 1815 al 1830, nella quale Alessandro I di Russia, Federico Guglielmo III di Prussia e Francesco II d’Austria, affermarono il principio che i tre sovrani, rappresentanti delle confessioni ortodossa, protestante e cattolica, dovevano restare sempre uniti come fratelli e governare i popoli. Si potrebbe dire che per Trump la nuova Santa Alleanza sarebbe l’antidoto alla Guerra Santa. L’incontro con il re saudita se da una parte ha determinato un riavvicinamento alla politica tradizionale dei repubblicani, dall’altra è avvenuto proprio in un contesto da Santa Alleanza globale, con i sauditi che si impegnano a estirpare il jihadismo dall’Islam che vengono chiamati a rappresentare. Ma non siamo in un mondo globale? Vogliamo tornare all’etnonazionalismo, alle religioni di stato?

Papa Francesco, presentandosi, come d’abitudine, vestito soltanto con la tunica bianca e il crocifisso d’argento (niente oro con Bergoglio), senza alcun simbolo, alcuna segno o emblema, ha ribadito che la Santa Sede non è una superpotenza spirituale che tratta con gli imperi terreni. Lontano mille miglia dal costantinismo, non è parso affascinato dal “pancostantinismo” del suo interlocutore. Per Papa Francesco, è chiaro che le religioni sono bacini spirituali al servizio dell’umanità intera, e la geopolitica della misericordia non prevede alleati sicuri e nemici giurati. Piuttosto, c’è un vero riconoscimento dell’altro, e le fedi, le culture, sono chiamate a unirsi nel servizio.

Quale servizio? Quello che solo può far prevalere il tutto sulla parte, cioè alla definizione dei valori di una globalizzazione poliedrica, quindi rispettosa, non uniformemente, ma solidale. In papa Francesco, difficilmente il cattolicesimo può essere iscritto ad alleanze politiche o militari. La sua sembra proprio un’altra idea di alleanza. Ecco perché molti hanno sottolineato che tra i doni che Jorge Mario Bergoglio ha fatto a Donald Trump c’era l’enciclica “Laudato si’”: l’alleanza è impegnarsi insieme per la tutela della casa comune; non si può spendere tutto per il proprio appartamento e lasciare le scale senza illuminazione, licenziare il portiere, disinteressarsi all’androne. L’annuncio statunitense della riduzione degli stanziamenti a favore del “sistema Onu” sembra dire proprio questo: come pensare di alleviare gli squilibri globali, le carestie, le pandemie, le vere e proprie emergenze umanitarie di Nigeria, Somalia, Yemen e non solo, non rendendo più efficiente il sistema Onu, ma senza l’Onu?

Il colloquio tra il papa e il presidente degli Stati Uniti c’è stato, la porta dunque è aperta e le sorprese non sono da escludere. Ma non si è trattato di una photo-opportunity.

*giornalista e collaboratore di Reset