Il governo Usa ha fatto causa a Fca per le emissioni troppo elevate dei motori 3.0 V6 a gasolio di 106.000 suoi modelli costruiti tra il 2014 e il 2016: si tratta del Dodge Ram 1500 e della Jeep Grand Cherokee. Le prime indiscrezioni erano circolate qualche giorno fa, ma ora la citazione in giudizio da parte del Dipartimento di Giustizia americano è ufficiale.

Si tratta, va specificato, di una procedura di natura civile, a differenza di quanto avvenuto nel caso dieselgate che ha coinvolto Volkswagen. Contrariamente al gruppo tedesco inoltre, che all’epoca dichiarò la propria colpevolezza, Fca non ha ammesso alcuna pratica illegale.

L’accusa, formalizzata dai giudici, è quella di aver equipaggiato i propulsori con un defeat device in grado di eludere i controlli sulle emissioni nocive di Nox, ovvero gli ossidi di azoto, i cui livelli risulterebbero ben superiori a quelli consentiti dal Clean Air Act.

Le contestazioni si basano sui rilievi effettuati dall’Epa, l’ente per la protezione ambientale americano, che aveva spiegato in particolare di aver riscontrato la presenza di almeno “otto peculiarità del software non citate nelle richieste di certificazione” presentate dall’azienda italo-americana. Peculiarità che potrebbero “rendere inefficaci i sistemi di controllo delle emissioni in condizioni di guida reali“. Ovvero in un ambiente diverso da quello dei test effettuati in laboratorio.

Le autorità americane hanno puntato il dito anche contro la VM Motori S.p.a., azienda di proprietà totale Fca dal 2013 (dal 2010 lo era al 50%) che ha ingegnerizzato i propulsori in questione. Secondo la Reuters, gli inquirenti sostengono di aver avuto accesso a mail e documenti interni scritti in italiano che sollevano “questioni rilevanti” riguardo allo sviluppo dei progetti. Anche perché alcuni dipendenti VM, è scritto nella citazione, avrebbero lavorato al quartier generale Fca in Michigan sulla calibrazione degli stessi motori e sulle loro emissioni.

Dal canto suo Fca, oltre all’amarezza per la decisione del Dipartimento di Giustizia, ha ribadito quanto detto qualche giorno fa sostenendo la propria innocenza: “ci difenderemo con forza, in particolare contro ogni accusa di avere deliberatamente installato congegni ingannevoli per aggirare i test”.

La partita, legale, è appena cominciata. Non avrà i tempi biblici a cui siamo abituati in Italia, ed espone l’azienda italo-americana al rischio di un grosso esborso di denaro. La punizione massima, e a questo punto esemplare, sarebbe quella indicata dall’Epa stessa a gennaio scorso: una multa pari a 44.539 dollari per ogni veicolo, il che significa una sanzione complessiva di oltre 4,6 miliardi di dollari. Tra gli addetti ai lavori c’è chi dice, tuttavia, che difficilmente sarà di questa entità.