“Vedo alcuni colleghi sull’orlo della sovraesposizione e tanti altri non utilizzati. Non ho niente contro Amadeus (…), ma che senso ha che lui passi dai Soliti ignoti a Reazione a catena? Possibile che non si faccia lavorare nessun altro a parte quei soliti quattro o cinque?”. Non è lo sfogo dell’ultimo arrivato in Rai che non riesce a fare carriera, ma di un veterano della tv come Claudio Lippi, che già nel 1980 conduceva Sette e mezzo su Rai Uno. In un’intervista a Tiscali, l’ex giudice di Tale e quale show si è tolto qualche sassolino dalla scarpa, ammettendo di essere “stufo” del trattamento riservatogli da mamma Rai.

“Ho incontrato Andrea Fabiano, il direttore di Rai Uno”, ha raccontato. “A lui ho detto che non credo di avere il diritto divino di lavorare ma almeno di sapere se la Rai mi considera una risorsa o uno scoppiato. Si vocifera che Fazio andrà via, così come Giletti e Alberto Angela, ma non è possibile che un’azienda come la Rai dipenda solo da pochi volti noti, magari assistiti da manager potentissimi”. Del resto, Lippi è stato escluso dalla giuria di Tale e quale show senza nemmeno essere avvisato dai dirigenti. “Ho saputo dai giornali che non c’ero”, ha spiegato. “Ho anche telefonato a Carlo Conti, che mi ha spiegato che la nuova dirigenza Rai pensa a un rinnovo, ma di certo sarebbe stato carino dirmelo. E magari sarebbe stato corretto anche motivarmelo, anche perché il pubblico, grazie ai social, mi ha dato conferma di quanto fossi gradito e apprezzato in quel ruolo”.

“Quando sento i miei colleghi lamentarsi non li capisco proprio”, ha detto ancora Lippi, che sarà in tv il 29 maggio con la seconda e ultima puntata di Meglio tardi che mai, in cui va alla scoperta della Giappone. Ad esempio non comprende “Fabio Fazio, che si è lamentato della troppa intrusione della politica in Rai“. “La mia – ha puntualizzato – non è certo una difesa romantica di mamma Rai né la polemica di chi è fuori, ma francamente accorgersi oggi che la Rai dipenda per statuto dal Governo e dai ministeri competenti mi sembra assurdo. La Rai ha una concessione che viene dallo Stato, dipende dal Governo e dal Parlamento e non è una novità. Non si può sputare sul piatto dove si mangia”.

E il problema dei compensi Rai? “È indubbio che anche il servizio pubblico debba fare i conti con le spese e la raccolta pubblicitaria“, ha spiegato Lippi, che propone stipendi adeguati agli ascolti fatti, con un fisso “che potrebbe essere pari a quello di un dirigente” e “una percentuale basata sugli ascolti che andrebbe condivisa con gli autori e con tutti coloro che contribuiscono a fare grande quel programma”.