Giovani e spensierate vite spezzate. Sono arrivate a 22 le vittime dell’attentato avvenuto la sera del 22 maggio 2017 alla Manchester Arena. La maggior parte di loro sono adolescenti, bambini, teenager cancellati dalla faccia della terra appena vissuto un momento di grande felicità dopo aver ascoltato la loro beniamina Ariana Grande. Lo scoppio e il boato della bomba, la morte. E ora la paura di continuare a pensare a quell’attimo tragico e violento. Perché sono decine su decine i feriti. Non solo nel corpo, sulla carne, ma nell’anima e nella mente. Sempre ragazzini che probabilmente si troveranno ad affrontare patologie da disturbo post traumatico da stress. Come per i reduci di guerra. “È ciò che accadrà per molti ragazzini e bambini che erano al concerto di Manchester. Parliamo del DPTS un disturbo che venne studiato per la prima volta nei reduci della guerra in Vietnam. Là dove i soldati statunitensi vissero o assistettero a eventi fortemente traumatizzanti. Ultimamente se n’è parlato per chi ha vissuto il trauma di un forte terremoto”, spiega lo psicologo Stefano Becagli al FQMagazine.

“Purtroppo penso che chi ha organizzato questo evento tragico abbia voluto richiamare l’attenzione mediatica a livello globale su una fascia d’età tendenzialmente intoccabile, come quella dei bimbi e degli adolescenti, per avere un “riscontro” diverso dal solito. A livello simbolico il danno creato su questa fascia d’età è potenzialmente più evidente rispetto a un adulto”, continua Becagli. “In questo momento storico credo sia urgente creare attorno ai ragazzi un contesto familiare e istituzionale dalle fondamenta solide al fine di creare serenità in grado di supportarli a livello psicologico. Nelle vittime bambine dell’attentato si creerà subito un senso di smarrimento, confusione, ansia. Chi voleva andare ad un concerto tra un giorno o un mese non vorrà più farlo. È  un sentimento naturale di spensieratezza che viene spezzato”.

Nonostante il trauma, il dolore e la paura, tocca agli adulti farsi carico di un’educazione alla normalità, senza sviare da domande scomode e richieste di spiegazione, a seconda delle differenze cognitive del ciclo di vita tra bimbo e adolescente. “I genitori non devono girare la testa dall’altra parte, non fare finta di non capire le domande che vengono loro rivolte perché bimbi e adolescenti percepiscono i nostri sentimenti e angosce. Non nascondiamoci di fronte alle domande di un bambino. Non evitiamo di cancellare una realtà che esiste. Limitiamoci a rispondere con parole semplici, e non mettiamo legna nel fuoco della paura del bambino. Le nostre paure su guerra e terrorismo gli vengono inevitabilmente trasmesse”, sottolinea lo psicologo milanese. “Gli adolescenti hanno bisogno di maggiore protezione, invece. A quell’età hanno iniziato ad acquisire competenze emozionali sugli eventi traumatici e vivono comunque all’interno di una dimensione di forte individualizzazione. Prendono già posizione su vicende mondiali e hanno voglia di discuterne con gli adulti, ma anche con i coetanei”.

“Un’attenzione particolare, però, lo ripeto, assume il periodo post traumatico”, conclude Becagli. “C’è chi esterna la paura, mentre altri sembrano immuni rispetto a questa sofferenza. Bisogna seguire da vicinissimo come il ragazzo o bambino sta elaborando la situazione, ricordandosi che spesso la mancanza di emozioni corrisponde a qualcosa di gravemente ansiogeno e disturbante. L’insorgere di sintomi clinici come difficoltà di dormire, mancanza di appetito o concentrazione, ansie, déjà vu vanno monitorate: se continuano ad accadere oltre le quattro settimane dal trauma occorre un tipo di trattamento psicologico differente”.