Se dal ritorno dopo 25 anni di Twin Peaks vi aspettavate una sorta di operazione di marketing a uso e consumo del nuovo pubblico televisivo, evidentemente non conoscete affatto David Lynch e il suo modo di fare arte. Il sequel della serie più disturbata e disturbante della storia è, e non poteva che essere, un’opera totalmente lynchiana, in ogni suo passaggio, in ogni suo prolungato silenzio. Nei primi due episodi, andati in onda in America su Showtime e in contemporanea in Italia su SkyAtlantic, c’è tutto l’universo distorto del genio di Missoula, tutto l’immaginario strambo di un uomo che ha accettato di rifare Twin Peaks solo a patto di poter essere libero, come d’abitudine, di creare nuovi scenari ansiogeni e apparentemente privi di senso.

Il ritorno di Twin Peaks farà letteralmente impazzire i fan del regista americano e chi, 25 anni fa, attendeva i nuovi episodi ogni settimana come i bambini attendono il Natale (non c’era mica il bingewatching, allora). Chi, invece, si avvicinerà all’estetica lynchiana per la prima volta, spinto dalla curiosità di scoprire cosa sarà mai, questo Twin Peaks, e incentivato dall’hype creata attorno a questo ritorno clamoroso, resterà assai deluso, non capirà nulla, probabilmente smetterà di seguire la serie dopo i primi due episodi.

E forse è giusto così, perché non siamo di fronte a un prodotto per tutti. Per molti, forse, ma per tutti no. Perché David Lynch per tutti non lo è mai stato e non ha mai voluto esserlo. Il suo modo incoerente di raccontare una storia non ha precedenti (né eredi) nell’arte filmica e apprezzare le sue opere è un atto di fede, una parte di un rituale iniziatico per “illuminati”. Certo, l’effetto nostalgia può incidere all’inizio, soprattutto per la curiosità di vedere in scena quasi tutto il vecchio cast dell’edizione originale, a cominciare da Kyle McLachlan nei panni dell’agente Dale Cooper (e nel suo bizzarro e crudele doppelganger). C’è la Signora del Ceppo, c’è il poliziotto nativo americano Hawk, c’è Laura Palmer, ci sono i suoi genitori. C’è il pavimento a zig zag bianco e nero della Loggia Nera, con le tende di velluto rosso che tanto avevano turbato i nostri sogni di 25 anni fa (o di quando, causa anagrafe, avete recuperato le prime due stagioni).

Ma non è un Vacanze di Natale 20 anni dopo, non è semplicemente un Come eravamo. È una storia completamente nuova, che prende le mosse dalle vicende di allora per costruire nuovi mondi disturbanti, nuove connessioni paranormali che metteranno a dura prova la tenuta psichica dello spettatore. E in fondo è quello che Lynch fa da sempre: portarci al limite delle nostre capacità cognitive, testare la nostra resistenza emotiva, inquietarci, spaventarci, confonderci.

Il ritorno a Twin Peaks conserva le atmosfere originali grazie alla musica e alla fotografia, cupa come solo la provincia profonda americana può essere, nonostante la apparenze, e soprattutto grazie alla estenuante e laconica drammaticità dei dialoghi. Silenzi, frasi incomprensibili, suggerimenti che i personaggi e gli spettatori forse coglieranno, forse no. Dipende solo da quanto siamo disposti a seguire, ancora una volta, il pifferaio magico Lynch che ci spinge ancora una volta verso il dirupo. E tentare di resistere non è un’opzione, almeno se vogliamo abbandonarci di nuovo al suo mondo perverso. Twin Peaks non è Una mamma per amica o Will & Grace. È un unicuum nella storia delle serie televisive che va accettato in blocco o rigettato subito. Dopo i primi due episodi, ciascuno di noi è chiamato a decidere. Senza mezze misure, senza “ok, ma…”. È David Lynch, bellezza.