Pedro Sànchez torna alla guida del Partito socialista in Spagna. Un ritorno alla Renzi dopo la caduta, si direbbe, se non fosse che la differenza fondamentale tra i due è che il leader dello storico partito della sinistra spagnola è stato fatto fuori mesi fa per agevolare il patto di non belligeranza con i popolari e far partire il secondo governo Rajoy, mentre l’ex presidente italiano è stato sconfitto al referendum costituzionale e le larghe intese con il

centrodestra non le ha mai disdegnate. Sànchez ricomincia da segretario, dunque, vincendo alla grande le primarie in cui ha sconfitto la presidente dell’Andalusia, Susana Diaz, che incarnava la linea “indulgente” di una parte del partito che chiedeva ai vertici del Partito socialista di far partire un governo Rajoy dopo la paralisi istituzionale di quasi un anno, iniziata a dicembre 2015, dovuta alla mancanza di una maggioranza in Parlamento dopo due tornate elettorali in sei mesi. Sànchez fa il pieno di voti con una partecipazione significativa (quasi 150mila voti), superando il 50 per cento, staccando di 15mila voti la Dìaz (ferma al 40, il terzo è l’ex premier basco Patxi Lopez, al 10). E così, in un colpo solo, Sànchez – nonostante le ripetute sconfitte elettorali e il tracollo di voti in parte dovute al successo di Podemos – si vendica anche dei “baroni” del partito (tra questi l’ex capo del governo Felipe Gonzalez), veri autori della defenestrazione del segretario, ora rieletto.

E’ una rivolta della base socialista contro l’atteggiamento morbido nei confronti del Pp, da anni al centro di numerosi scandali per corruzione, pur rimanendo il partito più votato in Spagna. E’ uno “tsunami del socialismo spagnolo”, secondo la Tve, la tv pubblica. E’ la “Brexit del Psoe”, dice El Paìs, quotidiano di area progressista. Ma il vero effetto ora è atteso sul governo Rajoy, il vero sconfitto – si potrebbe dire – delle primarie socialiste. Sànchez, 45 anni, segretario dal 2014, aveva infatti resistito per mesi, nonostante gli appelli, pur di non far partire un governo di minoranza ancora guidato da Mariano Rajoy, in nome della governabilità e della stabilità del Paese. La mossa della direzione provvisoria del Psoe, che costrinse Sànchez alle dimissioni, aveva permesso di chiudere la crisi istituzionale. Sanchez aveva lanciato la sua lunga marcia per la riconquista del potere interno in vista delle primarie, percorrendo senza sosta il paese e facendo appello alla fibra “anti-Rajoy” della base socialista. I risultati gli hanno dato ragione.

Eppure, a un certo punto, la Diaz sembrava imbattibile. Presidente dell’Andalusia, feudo socialista dalla fine della dittatura, e della più potente federazione Psoe in Spagna, era appoggiata dall’apparato del partito e dei leader storici José Luis Zapatero e Felipe Gonzales. Ma alla fine è stata vittima con ogni probabilità della stessa rivolta contro l’apparato che in Francia ha portato alla bocciatura alle primarie del Ps l’ex premier Manuel Valls, battuto da Benoit Hamon, poi naufragato alle Presidenziali.

Sanchez ha annunciato che non appena eletto chiederà le dimissioni di Rajoy, il cui fragile esecutivo finora si è retto grazie alla “tolleranza” dall’opposizione del Psoe. La vittoria di Sanchez è una cattiva notizia per il premier e un possibile rischio per la stabilità a breve del paese. Durante la campagna si è pronunciato per la formazione di un governo alternativo “alla portoghese” con Podemos, i nazionalisti e gli indipendentisti.

Nei prossimi giorni, e prima del congresso di metà giugno, Sànchez dovrà fra l’altro pronunciarsi sulla mozione di censura presentata contro Rajoy da Podemos e finora respinta dal Psoe. Per il nuovo leader ora si apre una doppia sfida. Riuscire a evitare una spaccatura del partito dopo il durissimo scontro interno degli ultimi mesi e fermare il declino del Psoe, minacciato di “sorpasso” a sinistra da Podemos. Proprio com’è successo in Francia, dove il Ps è in macerie dopo l’apparente rivitalizzazione con la candidatura di Hamon, ma ancora prima il Pasok greco divorato da Syriza.