di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia

 Un’idea di impresa ha sempre una fase iniziale, nella quale si pongono le basi per il suo sviluppo e per il successo futuro. In questa fase, che gli anglosassoni definiscono early stage, è importante una collaborazione per la redazione di un business plan realistico, di un’affinazione del progetto iniziale e, soprattutto, supporti e successive richieste di fondi. In questa primissima fase sono sempre più importanti i Business angels (Ba), figure professionali in grado di applicare tecniche corrette per la creazione di una base solida ad un’azienda di successo.

E’ molto raro che un imprenditore raccolga capitali da investitori privati senza definire chiaramente il panorama competitivo della propria attività e del vantaggio competitivo che la sua idea può avere rispetto ai competitors. Gli investitori vogliono conoscere le “barriere all’ingresso”, vale a dire come si può mantenere concorrenziale la propria idea nel tempo. Alcune barriere all’ingresso possono includere: brevetti, segreti commerciali e proprietà di sviluppo tecnologico.

Tipicamente, i Ba intervengono nella primissima fase di vita dell’idea, mentre in seconda fase operano altri attori/investitori strutturati (venture capitalists, private equity ecc.). L’intervento del Ba è quindi molto preliminare e per questo a massimo rischio, mentre nella fasi successive l’idea, ormai configurata in progetto, vede aumentare il proprio valore, via via che il progetto assume identità, riducendo progressivamente il rischio. Il primo contributo possibile del Ba consiste quindi nell’aiutare il proponente a far evolvere un’idea in un progetto. Il secondo passaggio tipico è fornire supporto per organizzare il progetto in impresa.

Le fasi tipiche di questo percorso prevedono a titolo esemplificativo ma non esaustivo:

-mentoring di mercato,
-definizione del modello di business,
-prototipazioni, ricerca di risorse (nel senso più ampio del termine)
-costruzione di relazioni virtuose con esse.

Ricorrere ad un Business angel può significare per molte imprese operare una svolta, anche se statisticamente, in Italia, un terzo delle start-up seguite da un Ba chiudono in perdita, un terzo riesce a pareggiare i conti, mentre solo l’ultimo terzo riesce a trasformarsi in un business interessante, capace di fornire ai suoi angeli un rendimento pari a 5-10 volte il capitale investito. In Italia, la figura del Ba ha assunto, soprattutto negli ultimi anni, nei quali il credit crunch ha colpito pesantemente le imprese, una valenza ed un’importanza specifica, tanto da indurre molte università a formare specifiche associazioni che raccolgono tutti gli imprenditori intenzionati a svolgere il ruolo di Business angel, divenendo così punti cardine ai quali i giovani con una buona idea e con un business plan credibile possano rivolgersi.

Secondo gli analisti del settore, il business angel italiano ha in media 49-50 anni, è laureato e ha conseguito un master. In genere è un manager, un imprenditore, un figlio di un imprenditore, un avvocato d’affari o un commercialista. Ha esperienza nella gestione di progetti di impresa e liquidità da investire in piccole imprese con elevato potenziale di sviluppo. Gli investimenti vanno dai 50mila ai 500mila euro per singola operazione. Le strade per finanziare una startup sono diverse e conoscerle può significare il successo dell’iniziativa.

Quanto sopra (business angels, crowdfunding, venture capital) rientra a pieno titolo nel finanziamento dell’early stage di un’impresa. In Italia, il private equity, l’investimento privato in aziende, sta crescendo negli ultimi anni, dopo una contrazione verificatasi in concomitanza con la crisi economica mondiale del 2008-2009.

Nel primo semestre del 2016 il venture capital in Italia ha pesato per l’1% sul totale degli investimenti in imprese. Dati registrati dall’associazione italiana di private equity, venture capital e private debt (Aifi) Sebbene i dati attestino una crescita significativa delle operazioni di venture capital rispetto al primo semestre del 2015, con un incremento del 77% degli investimenti passati da 20 a 35 milioni, non c’è da stare allegri. Perché, guardando i dati Aifi, il traguardo dei 100 milioni di finanziamenti alle startup, auspicato dagli addetti ai lavori, appare più che altro un miraggio.

Per completare il quadro, è importante sottolineare che gli investimenti vengono operati in tutti i settori, anche se molto spesso il Ba si orienta verso start-up che possiedono marchi, brevetti e know how, che difficilmente possono essere dati a garanzia per un finanziamento bancario, ma che se messi in atto possono diventare una vera fonte di guadagno. Uno dei settori prediletti è quello manifatturiero, in quanto solitamente il business angel re-investe nei settori in cui ha già operato e di cui conosce caratteristiche e opportunità. Così, questi angeli custodi risultano molto attratti dai software, dall’automazione industriale, dall’elettronica, dalle nanotecnologie e fino a qualche tempo dalle rinnovabili. Gli angels infine non sembrano assolutamente disdegnare anche settori fortemente a rischio o specializzati, come ad esempio l’ambito dell’Ict.