“Penso che sia naturale avere opinioni differenti, ma figuriamoci se un progetto così non è stato esaminato dalla soprintendenza speciale. Che, infatti, ha risposto in modo preciso. Non ci sono rischi per la tutela”. Dario Franceschini non mostra incertezze. La struttura da concerti con 3mila posti allestita nell’area archeologica di Vigna Barberini, a due passi dal Colosseo, non lo preoccupa. Quel palco confessa di non averlo visto se non in foto. “Se non andasse bene bene comunque, l’anno prossimo non si farà più. Però ora mi sembra che le polemiche stiano diventando davvero inutili. Del resto non è una grande novità. Si fanno già i festival a Caracalla, si sono fatti i concerti di tutti i tipi al Circo Massimo e al Colosseo”, aggiunge il ministro. Poi nell’estremo tentativo di rassicurare chi non fosse ancora convinto dell’operazione afferma che “la struttura non è permanente, sta lì qualche mese, poi verrà smontata”. Per chi avanzasse ancora perplessità, l’ultima considerazione, “In questo tempo porterà molte entrate”. Capito?

C’è poco da discutere. C’è poco da criticare. Quella mega struttura porterà soldi. Tutto il resto non conta. Poco importa che nel periodo nel quale andrà in scena “Divo Nerone”, tra il 7 giugno e il 31 luglio, i turisti che sceglieranno di visitare il Palatino non potranno vedere l’area di Vigna Barberini. Ininfluente che l’istallazione del palco e dei servizi ad esso connessi, oltre al passaggio di mezzi e persone, è più che probabile comporteranno un inutile stress all’area archeologica. Fruizione interdetta per i visitatori e possibili danni a strutture patrimonio dell’umanità saranno ricompensate, per così dire. Allo Stato andrà il 3% degli incassi e “a titolo di concessione una cifra di 250mila euro per la durata dello show”. Che si tratti di una ricompensa più che inadeguata è facile comprenderlo.

Non bisogna essere uno degli addetti ai lavori che in queste ultime settimane hanno denunciato lo scempio, tra archeologi, storici dell’arte ed ex soprintendenti, per rendersene conto. Non è necessario averlo visto, insomma esserci andati al Palatino, per capirne l’assurdità. Non bisogna averlo studiato il Paesaggio, averne osservato le componenti, per rendersi conto che “Divo Nerone” promette di oltraggiarlo. A dispetto degli Oscar che ha nel cast. Da Dante Ferretti a Francesco Lo Schiavo, da Gabriella Pescucci a Luis Bacalov. Il problema non è lo show, ma averlo voluto realizzare dove si deve passeggiare ammirando monumenti. Insomma dove si viaggia nel tempo, immersi nel paesaggio. Anche il ricorso al solo buon senso avrebbe dovuto sconsigliare un’operazione che non può trovare alcuna giustificazione. Tanto meno quella commerciale.

Lo stupore di molti è lecito, naturalmente. Così l’indignazione di molti altri. Non può invece meravigliare la posizione del ministro, ancora una volta sostenitore di un modello di gestione che non ammette deroghe. Il Patrimonio è un bancomat. I siti archeologici e i musei sono come aziende, devono produrre utili. Altro che luoghi identitari, spazi di socialità e di inclusione. A contare sono soprattutto sono le entrate.

Semmai in questa ennesima vicenda romana ad evidenziarsi è altro. A segnalarsi è la drammatica inconsistenza della Soprintendenza archeologica. Non una voce, non un commento dagli uffici dell’organo che dovrebbe occuparsi della tutela e della valorizzazione di una delle aree archeologiche più rilevanti dell’intero pianeta. Niente! E’ mai possibile che la rivoluzione delle Soprintendenze attuata da Franceschini abbia così profondamente delegittimato i funzionari responsabili di quest’area archeologica? Perché mai archeologi e architetti che da anni lavorano in quell’area, al punto da conoscerne la storia, ma anche la precarietà, non hanno impedito che quel palco monstre fosse piazzato sul Palatino? Perché non hanno combattuto quello scempio del quale si è occupato anche il Times?

“Divo Nerone” così andrà in scena e su Roma calerà il buio. Così come sta accadendo in gran parte del Paese. A spegnere la luce sta provvedendo Franceschini, nel silenzio di troppi. Anche all’interno delle Soprintendenze. Il paesaggio ognuno lo deve difendere come può.