Provocatori, cinici e spietati sobillatori di coscienze. Il veterano Michael Haneke e “l’allievo” Yorgos Lanthimos disturbano l’odierna giornata di Cannes 70 con i loro attesi titoli in concorso. Di scena – ancora una volta – delle famiglie dall’ingannevole volto perbene che diventano (auto)distruttive nelle mani dei due autori.
Senza bisogno di presentazioni è il 75enne maestro austriaco alla sua 11ma volta sulla Croisette, due Palme d’oro e altri premi cannensi sulla credenza.

Non fosse un’opera di Haneke, il titolo Happy End farebbe allontanare lo sguardo: altresì si tratta dell’ennesima seduzione fatale – di produzione e lingua francese – per un’intelligenza narrativa in perenne ricerca. Vi ha riunito due dei “suoi attori” supremi – Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant (“perché non serve cambiare quando ti trovi bene con alcune persone”) aggiungendo una gioventù interessante nei volti dell’adolescente Fantine Harduin e di Franz Rogowski, nel ruolo del disturbato/disturbante figlio della Huppert. Con loro un eccellente Mathieu Kassovitz ambiguo al punto giusto. Presentato come la summa filmografica dell’ultimo Haneke, Happy End osserva, frantuma e riaggiusta i pezzi, adottando mescolanze percettive e l’utilizzo massiccio dei social media. A tal proposito il regista ammette di avervi inserito elementi dal progetto Flashmob, ormai abortito e qui assorbito.

È chiaro che un film di Michael Haneke non vada rivelato in nessuna delle sue parti, giacché prende forma/sostanza in un crescendo di senso incomprensibile senza avvenuta visione. E, come diceva Hitchcock per Psycho, vietato proferir parola sul finale, a maggior ragione in una pellicola che sul titolo ripone la sua forza. La magnificenza narrativo/drammaturgica di Happy End non ha trovato tuttavia unanimità nel popolo sulla Croisette, dividendo non poco la critica. Un segnale questo che potrebbe allontanare chi dava già per scontata la terza Palma d’oro al regista di Amour del quale Happy End è (riveliamolo…) una sorta di sequel.

Con un cast stellare – Nicole Kidman e il ritrovato Colin Farrel – il 44enne greco Lanthimos torna ad accedere al concorso con The Killing of the Sacred Deer dopo il discusso The Lobster (2015). La sua famiglia “perfetta” formata da madre e padre medici e due figli, un maschio e una femmina viene scossa dalla frequentazione di un ragazzo, figlio di un ex paziente di Stephen, il cardiochirurgo interpretato da Farrel, purtroppo deceduto sotto i ferri. Quale sorta di risarcimento, il dottore sembra avvicinarlo e proteggerlo, finché non si accorge della torbida trama vendicativa ordita dal giovane.

A differenza di Haneke, maestro per lo più di turbe e sofferenze psicologiche, nel cinema di Lanthimos non mancano il sangue, la violenza fisica, il compimento di un giudizio letale sempre scandito senza alcuna pietas. La derivazione, come sempre, arriva diretta e legittimata dalla tragedia del proprio antico popolo, mitologia disumanizzante in costante lotta fra il destino dettato dagli dei e la libertà degli umani. Adorato anche da una buona fetta di Hollywood, è stata la stessa Kidman a voler partecipare al cast: “Ho visto i film di Yorgos, mi hanno disturbato e attratto. Gli ho mandato un sms dopo aver letto la sceneggiatura di quest ultimo implorandogli un ruolo“. Da parte sua Lanthimos si è limitato a un “OK”. E Nicole si è affidata a questo divoratore di corpo, mente e spirito umano.