La visita in Israele di Trump sembrava la parte più semplice del primo viaggio all’estero del quarantacinquesimo presidente americano. Ma dopo le rivelazioni sul caso, ormai conosciuto come Russiagate, i tre giorni a Tel Aviv e Gerusalemme saranno invece quelli più densi e difficili. A dirlo è il New York Times che sottolinea come la vicenda abbia stravolto le aspettative che Trump e il suo entourage avevano riposto su un nuovo accordo di pace tra Israele e i paesi arabi. Così il caso rischia di vanificare le relazioni che la presidenza statunitense ha tessuto negli ultimi mesi e in questi giorni di visita a Riad con diversi paesi dell’area mediorientale.

Un ufficiale della difesa americana ha detto alla rivista Foreign Policy che gli uomini dei servizi segreti israeliani sarebbero furiosi. “Per loro quello che è accaduto è una cosa terribile”, ha detto l’ufficiale statunitense che ha preso parte agli ultimi meeting con i rappresentanti dell’intelligence israeliana. “Le informazioni che ci hanno fornito sono state una grande cortesia perché per loro lo Stato Islamico non è un grande motivo di preoccupazione”.

La fonte che avrebbe fornito agli americani dei dati sensibili su nuovi piani dello Stato Islamico sarebbe però coinvolta anche in altre ricerche sugli acerrimi nemici del governo israeliano, ossia le attività del corpo delle guardie rivoluzionarie iraniane e del movimento libanese Hezbollah in Siria e Libano. In questo momento, infatti, il governo israeliano si sentirebbe sempre più minacciato dalla collaborazione tra Mosca e Teheran sullo sviluppo di tecnologie informatiche da impiegare nel conflitto siriano. Secondo la stampa americana i rapporti tra Israele e Stati Uniti non verranno comunque compromessi – visti i forti interessi in comune dei due alleati nella regione – ma il clima di tensione rischia di minare l’iniziativa rivelata lo scorso 15 maggio dal Wall Street Journal. Trump, infatti, starebbe mediando un piano di normalizzazione dei rapporti tra le monarchie del Golfo e Israele.

Zvi Bar’el editorialista del quotidiano israeliano Haaretz scrive che “una dichiarazione dall’Arabia Saudita su questa iniziativa sarebbe comunque storica perché il totale ritiro dai territori occupati non è più un requisito per la normalizzazione dei rapporti”. Il raggiungimento di un accordo alla vigilia del cinquantesimo anniversario della guerra dei 6 giorni sarebbe anche un’occasione per riscattare l’immagine di Jared Kushner, il genero e consigliere del presidente statunitense, che secondo il giornale britannico The Indipendent sarebbe indagato dall’FBI nel Russiagate. Kushner, figlio di due sopravvissuti alla Shoah e amico di famiglia del primo ministro israeliano Netanyahu era stato indicato da Trump come l’uomo che – nonostante il suo contenuto background diplomatico – avrebbe cercato di mediare la pace con le autorità arabe.

Il piano che il presidente Usa porterà al tavolo del premier israeliano, prevede il blocco dell’avanzata degli insediamenti da parte di Israele. In cambio, il governo israeliano potrà avviare ufficialmente dei rapporti commerciali con i paesi del Golfo con l’apertura di uffici di rappresentanza negli Stati del Golfo e di tratte aeree dirette da Tel Aviv a Riad e Abu Dhabi. In passato c’erano stati dei rapporti commerciali a bassa intensità in particolare con gli Emirati Arabi e, come raccontato da Haaretz, diversi uomini di affari israeliani viaggiano regolarmente verso il Golfo facendo scalo ad Amman. Inoltre, diversi punti di questa iniziativa appartenevano al documento già stilato nel 2002 sotto l’egida del presidente Hosni Mubarak all’Arab Peace Initiative in Giordania.

Il Jerusalem Post aveva rivelato che anche il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen)), che ha visitato la Casa Bianca lo scorso 3 maggio, ha espresso la volontà di raggiungere un accordo con Israele. Ma l’imbarazzo diplomatico tra Usa e Israele – che al momento non ha ufficialmente cambiato il tenore trionfante dell’entourage di Trump su questa visita – non sembra comunque l’unico ostacolo. Grant Rumley, ricercatore della Foundation for Defence of Democracy, spiega a Il Fatto Quotidiano che “il presidente americano sta facendo di tutto per trovare un accordo ma c’è molto scetticismo su quello che il governo israeliano e l’Autorità Palestinese faranno per rispettarlo. Sia Abbas che Netanyahu difficilmente cambieranno i loro progetti politici così come è già successo in altre occasioni”. Tra i vari attori in campo c’è anche Hamas, il movimento islamista palestinese che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza e che, secondo Rumley, con attacchi terroristici potrebbe ripetere i tentativi di boicottaggio già attuati in altre occasioni.