Il recente caso di putativa frode scientifica e corruzione per il quale è indagato il professor Guido Fanelli ha sollevato dubbi sulla vantata capacità autocorrettiva della scienza. Come mai non se ne erano accorti prima i colleghi scienziati?

Premesso che sarebbe opportuno vedere chi e perché ha sporto la denuncia iniziale e messo in moto l’inchiesta, l’aspettativa che i colleghi debbano vigilare sull’operato di ciascun ricercatore è erronea. La ricerca scientifica ha una grande capacità di correggere i suoi errori, ma solo dopo che sono stati commessi. In primo luogo ogni risultato scientifico raggiunge la pubblicazione dopo una revisione di esperti del settore; in secondo luogo, un risultato erroneo che superasse questo primo vaglio si rivelerebbe non riproducibile e sarebbe screditato dalla ricerca successiva.

L’errore in genere non è frode, ed è anzi un componente fisiologico della ricerca. Nell’ambito della ricerca medica un risultato è considerato positivo se la probabilità che sia dovuto ad un caso fortuito, calcolata con la formula opportuna, è inferiore ad una certa soglia prefissata. Questo ragionamento statistico implica che esista una probabilità finita che ogni tanto si consideri positivo un risultato ottenuto per caso: ad esempio se un farmaco risulta in uno studio migliore di un altro con probabilità p=5%, questo vuol dire che ci sono 95 probabilità su 100 che la conclusione sia vera e 5 probabilità su 100 che non sia vera e che il risultato apparentemente positivo sia stato ottenuto per caso. Ovvero, per ogni 100 risultati positivi ce ne dovrebbero essere 5 erronei. Poiché l’errore è fisiologico e previsto, il dato non riproducibile non dimostra la malafede dello scienziato.

Gli studi che richiedono valutazioni umane anziché strumentali utilizzano metodologie che impediscono il riconoscimento di frodi o errori in corso d’opera da parte di terzi. Ad esempio in medicina gli studi sull’efficacia delle terapie sono spesso condotti con la modalità del doppio cieco e né il ricercatore né i pazienti stessi sanno chi riceve il farmaco e chi il placebo. Questa informazione è nota soltanto al direttore dello studio, che però non deve vedere i pazienti. Se un paziente denuncia una violazione etica che richiede un intervento esterno, la modalità del doppio cieco viene interrotta e il lavoro compiuto è perduto: bisogna ricominciare da capo. Pertanto, una volta che il protocollo dello studio è stato approvato dai comitati etici e dagli organi scientifici, lo studio non viene interrotto fino alla fine se non per ragioni di estrema gravità e viene valutato solo al momento della pubblicazione.

Se un ricercatore disonesto intende pubblicare un risultato falso nell’interesse dell’ente finanziatore, o anche soltanto per il prestigio personale che ne può ottenere, di solito quello che fa è truccare i dati alla fine dello studio. Tutte le carte sono teoricamente in regola, ma qualche dato è falsato, o l’attribuzione di qualche paziente al gruppo di controllo anziché a quello sperimentale o viceversa viene alterata. Questo tipo di frode è molto difficile da rivelare, anche se nel prosieguo della ricerca scientifica altri ricercatori non potranno replicare il risultato e lo considereranno erroneo.

In un caso famoso di presunta frode scientifica accaduto negli Usa e denunciato da una ricercatrice che riteneva che i suoi dati fossero stati pubblicati in modo falsato, furono addirittura svolte perizie forensi sui quaderni di laboratorio. Il caso finì poi con una assoluzione e molti dubbi. Nel caso del professor Fanelli le principali prove rese pubbliche sono intercettazioni telefoniche disposte dal magistrato. E’ chiaro che perizie ed intercettazioni non rientrano nel possibile controllo metodologico che i colleghi dello scienziato incriminato possono esercitare. Inoltre si deve considerare che i colleghi dello scienziato incriminato sono tenuti a fare un mestiere diverso dal controllo poliziesco: fanno le loro ricerche, curano i loro pazienti, insegnano ai loro studenti.

E’ ingenuo pensare che il potere autocorrettivo della scienza si estenda alla repressione della frode scientifica, e che il mancato esercizio di questo ipotetico potere dimostri la complicità del sistema con lo scienziato disonesto: nella scienza, come nella società, la responsabilità penale è personale e la repressione della frode non è alla portata dei colleghi del criminale, ma è compito della magistratura.