Julian Assange vede la fine del soggiorno obbligato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in cui si è rifugiato per evitare l’estradizione negli Stati Uniti. La Procura svedese ha infatti annunciato la chiusura delle indagini preliminari aperte nel 2010 contro il fondatore di Wikileaks per un presunto stupro. Per ora, Scotland Yard ha fatto sapere di essere obbligata a rispettare il mandato di cattura, per cui all’uscita dalla sede diplomatica Assange sarebbe arrestato. Ma quelle per violenza erano le uniche accuse formalmente aperte nei suoi confronti, perché durante l’amministrazione Obama il dipartimento di Giustizia aveva deciso di non incriminarlo per la rivelazione dei documenti top secret: avrebbe creato un precedente per perseguire anche i media che pubblicano informazioni classificate. Di tutt’altro avviso Donald Trump, che ha definito l’arresto di Assange “una priorità facendo ipotizzare una possibile riapertura del caso. 

“Sono stato detenuto per 7 anni – la prima reazione su Twitter – senza un’accusa mentre i mie figli crescevano e il mio nome veniva diffamato. Non perdono, né dimentico”. Poi nel pomeriggio il fondatore di Wikileaks si è affacciato dal balcone dell’ambasciata: “E’ una vittoria per me e per i diritti umani”, ma “la battaglia per ottenere giustizia è appena cominciata”, ha detto Assange criticando il Regno Unito, per aver fatto sapere di essere pronta ad arrestarlo comunque, e gli Stati Uniti, per le parole rivolte dal capo della Cia Mike Pompeo a Wikileaks, accusata di essere una organizzazione di intelligence ostile.

La “liberazione” di Assange segue di 48 ore quella di Chelsea Manning: l’ordine di scarcerazione per l’ex soldato statunitense, al secolo Bradley Manning, condannato a 35anni per avere passato migliaia di documenti riservati a Wikileaks, è arrivato il 17 maggio. Il 13 gennaio Assange aveva annunciato: “Mi consegno agli Usa se Obama grazia Chelsea Manning”.

La decisione della procura svedese arriva dopo una recente nuova istanza d’archiviazione della difesa ed è motivata dal fatto che non c’è la possibilità di arrestare Assange “per l’immediato futuro”. La procura ha aggiunto che il processo potrebbe essere riaperto qualora il fondatore di Wikileaks tornasse in Svezia prima che il reato cada in prescrizione, nel 2020. Le accuse erano state avanzate sulla base della denuncia di due donne che, dopo aver avuto rapporti consensuali con Assange, gli avevano imputato di avere a un certo punto tolto il preservativo. L’attivista australiano ha peraltro sempre negato ogni colpa, tanto più dopo che una delle stesse accusatrici aveva poi ritirato la deposizione, e ha ripetutamente avanzato il sospetto di una montatura organizzata ad arte per consentire in un secondo momento alla Svezia di consegnarlo agli Usa. Ora il capo della procura pubblica, Marianne Ny, ha deciso di portare a conclusione l’inchiesta avviata nel 2010. E i procuratori svedesi hanno ora abrogato il mandato di arresto.

Per ora Scotland Yard ha fatto sapere di essere obbligata a rispettare il mandato di cattura emesso dalla Westminster Magistrates’ Court nei confronti di Assange se il fondatore di Wikileaks dovesse uscire dall’ambasciata. Ma il suo avvocato difensore Per E. Samuelsson, parlando all’emittente pubblica Radio Svezia, ha detto che “è libero di lasciare l’ambasciata quando vuole“. “È contento e sollevato”, ha raccontato, “ma critica il fatto che si sia tardato così tanto”. Secondo quanto ha raccontato, l’avvocato ha informato il suo cliente della notizia con un sms, al quale Assange ha risposto: “Sul serio? Oh mio Dio!”.

Le autorità e l’intelligence americana considerano Assange un ‘nemico’ per aver diffuso attraverso Wikileaks documenti segreti e rivelazioni imbarazzanti su Washington. Ma finora non risultano aver ancora aperto un’inchiesta formale contro di lui, anche se nei giorni scorsi il nuovo capo della Cia, Mike Pompeo, è tornato a sparare a zero su Wikileaks, additandola come “un servizio d’intelligence non statale ostile” agli Usa.