Il giudizio di pubblico e critica su Virginia Raffaele e il suo talento è così unanime e ovante che a volte verrebbe voglia di inventarsi una critica negativa giusto per vedere l’effetto che fa, per distinguersi dalla massa (perché così ci si sente più trasgressivi e controcorrente). Poi, però, arriva in tv con uno show tutto suo su RaiDue, un varietà di prima serata con tutti i crismi, con il balletto, l’ospite musicale, la spalla, le imitazioni. E l’intenzione di fare il critico che si distingue dalla massa, che stronca solo perché fa figo, va a farsi benedire. Perché “Facciamo che io ero”, che l’Auditel ha premiato con un 14,6% di share che per RaiDue è tanta roba, ha qualche difetto, qualche momento morto, sketch riusciti meno di altri, ma su una cosa è assolutamente inattaccabile: il talento cristallino di Virginia Raffaele. Dato per scontato questo, perché nulla si può contestare a una artista che riesce a essere credibile, efficace e godibile in ognuna delle mille maschere che indossa, si può passare serenamente a un’analisi più prettamente televisiva del programma.

I nuovi personaggi, dunque da rodare e da far digerire al pubblico, sono stati i migliori, i più divertenti. La Bianca Berlinguer annoiata e arrogante che maltratta gli ospiti di Carta Bianca e ricorda il suo sfavillante pedigree è qualcosa di più e di meglio di una semplice imitazione. È una fotocopia solo leggermente caricaturale. La Raffaele, notoriamente una stakanovista al limite del disturbo ossessivo compulsivo, ha studiato il personaggio alla perfezione: il modo di muoversi, i piedi che si muovono e si piegano scompostamente, il tono della voce non propriamente empatico, l’aria di supponenza nei confronti di chi dice cose che non convincono pienamente l’ex direttrice del Tg3.

E anche un personaggio rischioso come Michela Murgia, scrittrice acclamata ma non certo notissima al grande pubblico, diventa godibile come una Sabrina Ferilli o una Donatella Versace, perché Virginia Raffaele non cerca il mero esercizio stilistico, il compitino fatto bene ma che poi non sfonda. Accanto alla cura maniacale c’è una sorta di sintonia con il pubblico di massa che per molti suoi colleghi (meno talentuosi ma più ‘engagè’) sarebbe quasi un’onta, mentre per lei è un valore aggiunto, il segreto del successo.

Certo, il programma ha avuto anche momenti poco efficaci, a cominciare dal siparietto tra la Raffaele/Versace e Gabriel Garko (non certo la spalla migliore, lo capiamo), oppure il racconto della storia della famiglia Raffaele che voleva essere poetico ma alla fine è risultato un po’ stucchevole. Ma due ore piene di one woman show non sono facili da riempire, soprattutto quando devi ragionare in chiave televisiva, non teatrale. Virginia Raffaele fino a questo momento si era dosata solo come ospite e disturbatrice di programmi altrui e l’upgrade a mattatrice di un programma tutto suo poteva essere scivoloso assai. Ma fatta la tara dei succitati momenti deboli, l’esperimento è riuscito senza tema di smentite.

Merito anche di un Fabio De Luigi come sempre brillante e “perfomante” (quando si renderanno conto, i signori del vapore catodico, che merita un programma?), di ospiti che si sono messi in gioco (ottimo il passo a due con Roberto Bolle in stile Dirty Dancing) e della voglia, finalmente, di mostrarsi anche senza maschere, senza protesi. Per lunghi tratti della trasmissione, in scena c’era Virginia Raffaele, senza trucchi e senza inganni. E anche nei suoi panni (forse i più scomodi, per una come lei che da anni veste quelli degli altri), la comica romana è stata più che efficace.

Ecco, “Facciamo che io ero” è un programma televisivo migliorabile, soprattutto sui tempi morti e su alcune parti lunghe oltre il dovuto, ma il talento di Virginia Raffaele rifulge sino a convincersi che stiamo parlando di una delle comiche più istrioniche, perfezioniste, divertenti e amate della storia recente della comicità italiana. E non bisogna aver paura di scriverlo, anche a costo di sembrare critici poco graffianti e che condividono il gusto del grande pubblico.