Nella prospettiva evoluzionistica i mutamenti intervengono sulla base dei meccanismi di selezione e adattamento. L’evoluzione della nostra specie, da quando ha imparato a dominare un elemento naturale come il fuoco, ha consentito all’uomo primitivo di passare da preda a cacciatore, ponendosi al vertice della catena alimentare. E l’aggregazione sviluppatasi attorno al focolare ci ha consentito uno sviluppo culturale e sociale sconosciuto alle altre specie.

È un processo continuo, di cui possiamo avere esperienza anche a livello domestico: pensiamo alla dimestichezza e all’intuitività che i bambini dimostrano sin da piccoli nell’uso della tecnologia (telecomandi, telefonini, ecc.) presente nell’ambiente domestico e, viceversa, alla difficoltà di adattamento (spesso di rifiuto) che gli stessi strumenti producono negli anziani. Eppure, gli anziani hanno magari esperienze di vita sconosciute ai nostri figli (una volta polli e conigli si ammazzavano in casa per mangiarli ed erano anche quelli gesti domestici). Dobbiamo giustamente prepararci a vivere nel futuro, non nel passato, e i nostri stessi figli diventeranno a loro volta anziani e con scarsa capacità di adattamento al progresso tecnologico futuro, pensiamo all’interazione con l’intelligenza artificiale, salvo eventi, naturali o indotti dall’uomo, così disastrosi da portarci a recuperare abilità esercitate oggi solo nei corsi di sopravvivenza in condizioni estreme.

Ogni mutamento fisico ha un veicolo di trasferimento genetico da una generazione all’altra, ma la nostra evoluzione non è solo biologica, è anche culturale e sociale. Anche in questo ambito il comportamento più funzionale alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’individuo come della società prima o poi si consolida, nel caso, anche in leggi o consuetudini sociali. C’è un’evidente correlazione, ad esempio, tra rispetto delle libertà, affermazione dei diritti civili e sviluppo economico e benessere sociale. Non solo il Pil, ma anche la qualità della vita urbana e l’attrattività per le migrazioni economiche rispondono a questa correlazione. Com’è che siamo passati dalla schiavitù sopravvissuta in occidente fino a fine ottocento alla responsabilità sociale ed ambientale delle grandi imprese e alla generosa filantropia dei loro maggiori azionisti? Evidentemente, fare del bene, essere altruisti, godendo della libertà economica per farlo, non solo ci fa sentire meglio, ma fa bene anche ai bilanci aziendali in un circolo virtuoso. Nei Paesi più evoluti sotto il profilo civile (quindi non penso all’Italia, che è un Paese con diffusi problemi di criminalità e corruzione) la reputazione nel mondo degli affari è tutto: senza reputazione non si ha credito, non si è affidabili, non solo in banca, ma anche nella considerazione sociale. Non basta essere capaci di accumulare profitti, anche uno scafista sa farlo: conta soprattutto il modo in cui lo si fa.

Quindi, per stare meglio bisogna non rubare, non ammazzare, rispettare i diritti degli altri, rispettare l’ambiente e aiutare gli altri, specie i meno fortunati, in modo generoso e disinteressato? Ma questi concetti non li avevano già affermati migliaia di anni fa un uomo che si era ritirato sul monte Sinai e un altro che fu ucciso proprio per queste idee sul monte Golgota? Come facevano a conoscere con tanto anticipo – e in tempi davvero non sospetti – dove ci avrebbe portato l’evoluzione sociale umana del terzo millennio?