E’ raccapricciante assistere alla fermentazione di bolle d’intolleranza e di razzismo che ogni giorno lievitano sempre di più. Nel nostro Paese sembrano nuovamente emergere quei rigurgiti malsani che hanno trovato massimo vigore nel nefasto ventennio fascista. Quella rabbia viscerale, quell’odio che affiora quotidianamente nel dialogo con il meccanico, il cameriere o il tizio che ci precede nella fila alla posta. Sembra che tutti i problemi nostrani derivino dall’immigrazione.

In realtà, si tratta di un perfetto capro espiatorio che palesa la crescente pochezza culturale di un popolo che, dopo l’altro ventennio, quello berlusconiano, è diventato sempre più ignorante e anche smemorato tanto da aver dimenticato che l’Italia è stato un Paese di emigranti. Emigrazione che ha comportato, da una parte, manodopera a basso costo, dall’altra esportazione di una mentalità mafiosa che ha inquinato mezzo mondo.

La terrificante realtà è che nell’inconsapevolezza dei più si sta combattendo una pianificata guerra tra poveri che cela più interessi. Una guerra le cui vittime sono sempre pagate dal popolo e non dall’élite che le ha volute. Le ondate migratorie che giungono oggi sono frutto di politiche predatorie da parte di quel grumo di potere economico finanziario che esercita il vero potere. Quell’1% che detta la linea politica a partiti e sindacati tutti devoti al pensiero unico neoliberista. Le guerre d’aggressione ad Afghanistan, Iraq, Libia e quella per procura alla Siria hanno destabilizzato il Medio Oriente e si sono usate le religioni per nascondere le vere ragioni degli ultimi conflitti: petrolio, gas e droga.

Le politiche predatorie delle multinazionali che hanno distrutto le economie di sussistenza che reggevano da millenni in continenti come l’Africa, hanno generato crescenti flussi di disperati, disposti a tutto pur di fuggire da povertà. Una povertà causata dai cambiamenti climatici di cui ancora una volta sono colpevoli i governi dei Paesi occidentali che hanno permesso e continuano a permettere politiche economiche insostenibili.

I disperati che arrivano sulle nostre coste, che fuggono da guerre e povertà, arrivano qui da noi e si scontrano con altri disperati, quelli autoctoni colpiti duro dalle politiche d’austerity. Entrambi i combattenti sono vittime della medesima élite invisibile che ha pianificato tali lotte tra disperati. Il dramma è che non lo sanno. Non hanno la capacità culturali di comprendere che occorre alzare lo sguardo e vedere che il vero antagonista non è chi si trova di fronte, ma chi è sopra. Sono i burattinai che generano ondate migratorie per guerre che li arricchiscono e che permettono un abbattimento del costo del lavoro che crea divisioni e rabbie sociali. Sono sempre i burattinai che si rendono colpevoli di ruberie quali il land grabbing e ocean grabbing che spolpano economie di comunità africane o indiane lasciando gli abitanti nella miseria. Sono sempre i burattinai che seminano paura per poter rendere anche il nostro Paese terra di conquista per la lobby delle armi.

La maggioranza dei politici invece di studiare e poi spiegare ai cittadini le vere ragioni che innescano tali guerre tra poveri, soffia su questo malessere sociale per riceverne un effimero tornaconto elettorale. A volte si prestano addirittura al ruolo di sponsor, ragazzi immagine della suddetta industria delle armi che vorrebbe rendere, come è accaduto agli Usa, anche il nostro un Paese far west. In queste guerre tra poveri si abbattano anche altri tipi di sciacalli, forse i peggiori, ovvero i troppi professionisti della bontà che lucrano sulle sventure degli immigrati. Oggi l’immigrazione rappresenta un vero e proprio business.

Ogni essere umano ha diritto di poter vivere nel proprio Paese; nessuno lascia la propria casa se non è costretto a farlo. Il mio timore è che chi muove i fili stia seminando odio e divisione per preparare il terreno culturale a una futura dittatura globale che è destinata inesorabilmente a realizzarsi se non si pone immediato freno ai mutamenti climatici che genereranno migrazioni che a confronto, quelle odierne, sono solo un dietetico antipasto. Per vincere le barbarie serve una nuova visione e soprattutto un nuovo coraggio che ci liberi da questa globalizzazione che ha arricchito solo le élite. Serve, finalmente, un’unione tra popoli per trionfare su coloro che brindano con calici colmi del sangue dei popoli.

Per chi desidera approfondire queste tematiche parlerò oggi, giovedì 18 maggio alle 14.30, a un incontro presso il Padiglione 2 stand 64 del Salone del Libro di Torino.