La parola ai più piccoli. A questo sembra invitare il Festival di Cannes n. 70 nel suo primo giorno di programmazione ufficiale di tutte le sezioni. Difficile credere al caso quando entrambi i film del concorso odierno e l’apertura della Semaine de la Critique affidata all’italiano Sicilian Ghost Story, da oggi anche nelle sale – trovano al cuore del racconto dei 12enni o addirittura un bimbo di 8 anni come nel caso del russo Nelyubov (Senza amore) di Andrey Zvyagintsev. Se in quest’ultimo caso il piccolo Alyosha è centrale in quanto “assenza” causata dall’egocentrismo ed egoismo dei genitori divorziandi, nelle opere di Todd Haynes (Wonderstruck) e dei siciliani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza i ragazzi sono i protagonisti assoluti di fiabe diversamente sfumate di nero.

L’americano Haynes è un habitué di Cannes – indimenticabile il suo Carol, solo per citare il più recente che incantò di due anni fa la Croisette – ma di certo non può definirsi tale rispetto al genere favolistico, scelto per cine-adattare il bellissimo romanzo per l’infanzia La stanza delle meraviglie di Brian Selznick (in Italia uscito nel 2012 per Mondadori). Non lontano dagli immaginari di Hugo Cabret che sempre di Selznick portava la firma poi diventata di Scorsese sul big screen, Wonderstruck racconta in parallelo le esistenze di due 12enni vissuti tuttavia a distanza di 50 anni l’uno dall’altra: nel 1977 il ragazzino Ben e nel 1927 la ragazzina Rose. Protagonista al loro fianco è la città di New York, osservata in due epoche cruciali della propria storia; grande direttore di attrici, il cineasta californiano ha voluto nel film una delle sue muse più iconiche, Julianne Moore, presente con lui oggi a Cannes e nel film in doppio ruolo. La diva, e la sua collega Michelle Williams anche lei nel cast, non ha trattenuto la commozione davanti alla freschezza dei ragazzi di fronte alla platea della stampa internazionale, in particolare della giovane Millecent Simmonds, attrice bambina esordiente e sorda dalla nascita. L’opera infatti, lavora con pertinenza immaginifica sull’elemento della sonorità, intesa anche come l’assenza della stessa. Un Bildungsroman ad alto tasso di magia immaginifica alla ricerca dell’identità individuale, ma anche di quella di una delle più contraddittorie metropoli del pianeta.

Di natura più drammatica è il “nostrano” Sicilian Ghost Story, secondo lungometraggio della coppia di registi palermitani dopo Salvo del 2013. Se l’ispirazione è il sequestro mafioso seguito da tragico omicidio di Giuseppe Di Matteo nel 1993, il registro adottato da Grassadonia & Piazza è totalmente fiabesco, specificamente legato agli universi dei fratelli Grimm. Il realismo, quindi, giace esclusivamente nelle ferite profonde che la Sicilia, e i suoi abitanti, continuano a portarsi nel profondo delle loro esistenze. “Quei famigerati anni 80, chiusi poi a metà anni 90 con l’orrore perpetrato sul piccolo Giuseppe: evento che sancì la nostra definitiva partenza dalla Sicilia, divenuta invivibile”, spiegano i registi, consapevoli della responsabilità intrinseca alle loro professione e provenienza di compiere un “atto politico”. Esso, però, “non poteva che passare attraverso il linguaggio della fiaba, un risveglio provocatorio delle coscienze che deve ormai necessariamente affrancarsi dalle omologate celebrazioni ufficiali televisive, capaci solo di anestetizzare le consapevolezze conservando un pericoloso rimosso. Abbiamo notato infatti che accanto alla reale denuncia, manca la comprensione di uno degli aspetti più forti della Mafia, delle mafie: il suo mostrarsi con gesti tanto tragici quanto stupidi, profondamente idioti. A noi interessava provocare ma allo stesso tempo coinvolgere il pubblico in una grande – e redentrice – storia d’amore innocente che supera la morte, speriamo così di poter raggiungere il nostro obiettivo”.