Il miglior rimedio a certi problemi tecnologici è l’arretratezza. Forse non è panacea di cui andare orgogliosi, ma questo toccasana dalle nostre parti non manca.

La propagazione di WannaCry è iperbolica in caso di condivisione di risorse e “fortunatamente” (l’ho già scritto in piena coscienza) in Italia le situazioni così favorevoli (per il ransomware) non abbondano. Ne sanno qualcosa i cittadini alle prese con le Pubbliche Amministrazioni che ancora dialogano poco tra loro e costringono l’utente a tanto tradizionali quanto penose produzioni documentali, che non sarebbero necessarie se davvero l’informatica funzionasse.

Chi si domanda se e cosa potrebbe succedere in ambiente tricolore con un’eventuale ondata di questo micidiale ransomware, dovrebbe guardare a quanto già è accaduto in analoghe circostanze in tempi recenti.

La debacle del Sistema Sanitario Nazionale britannico ha assunto proporzioni titaniche perché l’interconnessione informatica tra le diverse strutture è ormai una realtà consolidata (mentre l’adozione di precauzioni continua ad essere un miraggio). Un fenomeno del genere non poteva aver luogo in Italia, dove non solo gli ospedali non comunicano tra loro, ma spesso nemmeno i reparti del medesimo nosocomio condividono i dati.

Se anche da noi ci fosse la “cattiva abitudine” di standardizzare le procedure, uniformare le architetture dei database, stabilire un regime di condivisione delle informazioni essenziali a vantaggio del paziente, probabilmente ci troveremmo in una clamorosa situazione a rischio. Le scene di panico cui stiamo assistendo oltre confine non sono dissimili da quanto si è già verificato con Cryptolocker, Cryptowall, TeslaCrypt, Locky o altri programmini balordi negli ospedali nostrani.

Proviamo a pensare se il Policlinico San Matteo di Pavia, l’Ospedale e il Centro Analisi Gardella in Alessandria, l’Ospedale Carlo Urbani di Jesi, il reparto di Medicina Trafusionale dell’Ospedale di Lecco e qualche altra struttura protagonista di recenti disavventure fossero mai stati collegati ad un “sistema nazionale”. Il loro piccolo (e manco tanto) problema sarebbe rimbalzato attraverso il tessuto connettivo della sanità italiana con conseguenze inimmaginabili.

La ridotta funzionalità diventa così un incredibile punto di forza. Il fatto di dover portare al seguito cartelle cliniche ed analisi – altrimenti indisponibili – è la fortuna del ricoverato nel Bel Paese. Lo slogan dell’italica sanità potrebbe diventare “Niente paura: «file» agli sportelli? WannaCry non riesce nella sua distruzione”.

Ma a guardare i tanti, e forse troppi, episodi di paralisi tecnologiche che in questi anni hanno funestato la nostra spedalità, possiamo dire di non aver bisogno di un venefico ransomware per veder bloccata ogni attività clinica, gestionale o amministrativa. Negli ultimi tempi – solo a voler fare qualche esempio – ci sono stati blackout informatici nell’intero sistema sanitario di Udine, nell’Ospedale San Bonifacio di Fracastoro (Verona), nelle Aziende Sanitarie di Palermo e Trapani, nell’Ospedale di Santorso (Vicenza), nell’Ospedale Grassi di Fiumicino (Roma), nel complesso ospedaliero Gradenigo di Torino, nella ASL di Putignano (Bari), nell’Azienda Sanitaria Sud Est Toscana di Siena e Grosseto

L’elenco sarebbe destinato a continuare. Si potrebbe pensare a mere combinazioni fortuite, ma l’informatica non è fatta di coincidenze.

A questo punto se qualcuno è curioso di sapere quali effetti causerebbe WannaCry in Italia, potrebbe semplicemente farsi raccontare come è andata da chi ha vissuto in prima persona uno dei tanti casi enumerati in precedenza. Non sarebbero ipotesi su cui fantasticare, ma amare constatazioni da cui prendere spunto per cambiare le cose.

La bufera di questi giorni passerà e nessuno avrà imparato la lezione. Se ne tornerà a parlare in una prossima occasione, magari con nuovo stupore e altrettanta paura. E ci ritroverà a ricalcare le parole de I Nomadi ne “il vecchio e il bambino”, quando di quest’ultimo “gli occhi guardavano cose mai viste”, per poi dire “al vecchio con voce sognante «Mi piaccion le fiabe. Raccontane altre…»”

@Umberto_Rapetto