La Cina inietterà nel progetto Nuova Via della Seta 113 miliardi di dollari in più rispetto a quanto annunciato in precedenza. Lo ha dichiarato Xi Jinping in apertura al Belt and Road Forum for International Cooperation, che nel weekend ha attratto nella capitale cinese 29 capi di Stato e delegati da oltre 100 paesi. I finanziamenti verranno elargiti attraverso il Silk Road Fund (arricchito di 100 miliardi) e altri istituiti di credito cinesi, tra cui la China Development Bank (250 miliardi) e l’Export and Import Bank of China (130 miliardi).

Sono passati quasi quattro anni da quando il presidente Xi Jinping nel settembre 2013 vagheggiò l’idea di una nuova via della seta, intesa come una rivisitazione in chiave moderna delle rotte carovaniere, marittime e fluviali che dal Celeste Impero anticamente procedevano verso Occidente. Vale a dire un flusso di scambi commerciali puntellati dalla costruzione di nuove infrastrutture (strade, ferrovie, gasdotti, reti elettriche) attraverso l’Eurasia, fino ad abbracciare l’Africa e l’America per un totale di circa 60 Stati. Da allora, le compagnie cinesi hanno investito oltre 60 miliardi di dollari nei paesi interessati dal progetto, mentre le spiccate coloriture nazionalistiche – declinate ad una rivalutazione del ruolo della Cina sullo scacchiere globale dopo le umiliazioni subite per mano delle nazioni occidentali alla fine dell’800 – si sono fuse in un discorso globalmente condiviso: quello della lotta contro il protezionismo commerciale che, alimentato dai nuovi movimenti populisti, sta investendo le economia sviluppate – un tempo dichiarate sostenitrici di un liberismo deregolato.

L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca e la sua difesa dell’economia statunitense sotto il motto “America First” non ha fatto altro che aggiungere un’altra freccia alla faretra del gigante asiatico, impegnato a difendere quella globalizzazione che gli ha permesso di diventare la seconda potenza mondiale esportando prodotti a basso costo. Non a caso il discorso tenuto domenica da Xi riprende alcuni concetti precedentemente esposti durante il World Economic Forum di Davos. Compiendo un rapido excursus storico, l’uomo forte di Pechino ha ricordato come anticamente gli scambi commerciali fluivano senza ostacoli, mentre oggi “viviamo in un mondo percorso da continue sfide”. Alludendo alla Belt and Road (nome ufficiale della Nuova Via della Seta), il leader cinese ha dichiarato che “costruiremo una piattaforma aperta, difenderemo lo sviluppo di un’economia mondiale aperta e un sistema internazionale di scambi e investimenti giusto, ragionevole e trasparente, in modo che la produzione possa circolare con ordine ed efficienza e i mercati operare in maniera integrata”.

Il vertice è stato accompagnato dalla sigla di diversi accordi bilaterali, come la promessa di nuovi investimenti in Pakistan per 500 milioni di dollari e 4,5 miliardi di prestiti per la realizzazione della ferrovia superveloce Jakarta-Bandung. Complessivamente, sono state raggiunte 270 collaborazioni con 68 paesi e organizzazioni internazionali in comparti che spaziano dalle infrastrutture al commercio, passando per la finanza e gli scambi people-to-people. Ma non tutto è andato come da programma: “I paesi lungo l’antica Via della Seta un tempo erano luoghi pieni di latte e miele, ma ora sono minacciati da turbolenze, conflitti e crisi. Dobbiamo raggiungere una cooperazione reciproca e una prospettiva di sicurezza sostenibile, per cercare di affrontare le questioni più critiche e insistere su una risoluzione politica”, ha scandito Xi. Anche nella comunità ideale dipinta da Pechino le criticità, infatti, non mancano. Appena un’ora prima dell’apertura dell’incontro, la Corea del Nord ha lanciato un nuovo missile a media gittata (Hwasong 12), in grado di trasportare una “testata nucleare di grandi dimensioni”, almeno secondo quanto dichiarato a mezzo stampa da Pyongyang. Un gesto di sfida accolto con freddezza da Pechino che, con l’intento di riaffermare la natura inclusiva della One Belt One Road, aveva ignorato le resistenze americane, invitando nella capitale un alto funzionario nordcoreano in rappresentanza del Regno eremita, sottoposto a sanzioni internazionali dal 2006.

Da quando Trump e Xi Jinping si sono incontrati per la prima volta a Mar-a-Lago, in Florida, con l’obiettivo di creare un fronte comune contro il regime di Kim Jong-un, Pechino e Washington hanno appianato molte delle divergenze economiche condannate duramente dall’ex tycoon in campagna elettorale. Il forum ha messo il cappello all’inattesa liaison sino-americana, fornendo l’occasione per un endorsement informale di Washington, che pur non essendo tra i membri fondatori dell’Asian Infrastructure Investment Bank – la superbanca istituita dalla Cina nel 2014 appositamente per sostenere finanziariamente – ha ugualmente spedito in sua rappresentanza Matt Pottinger, uno dei pochi “China Hand” dell’amministrazione Trump. Parte di un controverso accordo in dieci punti raggiunto la scorsa settimana nell’ambito del piano con cui le due potenze mondiali ad aprile si sono impegnate a livellare il surplus commerciale entro 100 giorni. Meno aperto al compromesso il governo indiano, che – citando l’effetto destabilizzante del corridoio Cina-Pakistan negli storici attriti tra Delhi e Islamabad sulla sovranità del Kashmir – ha deciso di non mandare alcuna missione ufficiale, limitando la propria presenza ad alcuni membri dell’ambasciata indiana a Pechino.

Dubbi sulla reale natura dell’iniziativa Made in China continuano ad adombrare la buona riuscita del progetto. L’assenza di leader occidentali al vertice – fatta eccezione per Paolo Gentiloni, unico capo di governo del G7 – parrebbe confermare una diffidenza diffusa, alimentata dalla lenta apertura del mercato cinese ai capitali esteri e dalle presunte mire egemoniche di Pechino. Preannunciando una seconda edizione del forum nel 2019, Xi Jinping stamattina ha rassicurato che “la Cina è disposta a condividere la sua esperienza di sviluppo con il resto del mondo, ma non interverrà negli affari interni delle altre nazioni, non esporterà il proprio sistema sociale e modello di sviluppo, né costringerà gli altri ad accettarli”. Secondo Afp, diversi paesi europei, tra cui Germania, Francia, Estonia, Portogallo e Gran Bretagna, si sarebbero rifiutati di sottoscrivere la parte commerciale del comunicato congiunto da rilasciare al termine dell’incontro nella serata cinese di lunedì. Motivo: scarsa trasparenza sugli appalti pubblici e sugli standard sociali e ambientali previsti dal piano.

Interpretata da molti come un piano Marshall “con caratteristiche cinesi” e un abile escamotage con cui esportare la propria sovrapproduzione industriale in giro per il mondo, la Nuova Via della Seta non è nemmeno esente da rischi di natura finanziaria. Pechino si è impegnato a iniettare circa 900 miliardi di dollari in oltre 900 progetti, ma secondo l’Asian Development Bank il deficit infrastrutturale soltanto nella regione asiatica, da qui al 2030, ammonterebbe a ben 26 trilioni di dollari. Chi metterà il resto? Stando a quanto lasciato intendere dalla banca centrale cinese, la responsabilità ricade sugli istituti di credito internazionali, sinora coinvolti nell’iniziativa in maniera troppo marginale. Ma la prospettiva di ritorni incerti su investimenti a lungo termine in aree del globo particolarmente instabili non sembra incentivare l’erogazione di prestiti. Un aspetto a cui Pechino, forte delle sue riserve in valuta estera e di una squadra di banche di proprietà governativa, per il momento, può far fronte con più disinvoltura. Ma questo, d’altronde, sembra riaffermare la sostanziale natura sinocentrica del progetto. Come del resto della nuova geometria economica mondiale.

di Alessandra Colarizi