Il Giro d’Italia è passione e condivisione. Io e il vignettista Fabio Vettori, distanti chilometri ma uniti dalla passione per la Corsa Rosa, proveremo a raccontarla in parole e vignette.

C’erano due voci da sistemare in questo Giro d’Italia che oggi arrivava alla tappa numero 9 senza azioni degli uomini di classifica e vittorie italiane. Italiani ancora a secco purtroppo, Vincenzo Nibali ha sofferto ma l’azione, di forza, l’ha fatta Nairo Quintana, l’uomo più atteso che si è confermato.

La scalata del Blockhaus è stata ruvida, come il suono del nome di questa cima che si trova nella Majella e fu ribattezzata così perché vi sorgeva un fortino di pietra utilizzato dai bersaglieri impegnati nella lotta al brigantaggio e al banditismo. Il comandante di quei bersaglieri era di origine austriaca e quella casa fatta di sasso diventò Blockhaus. Eravamo sul finire del 1800, non c’era il Giro che nacque nel 1909 e scoprì questa cima d’Abruzzo nel 1967, esattamente 50 anni fa. Il primo a piantarvi la bandiera da “esploratore” su due ruote fu un ciclista 22enne, allora definito velocista e che rispondeva al nome di Eddy Merckx. Lo stesso Merckx, diventato già Cannibale, rivinse sulla Maielletta nel 1973 un’altra delle sue 25 tappe conquistate nella Corsa Rosa.

Con la macchina del tempo torniamo al presente che alla partenza di Montenero di Bisaccia metteva in fila almeno 17 possibili protagonisti raccolti in meno di un minuto, dalla maglia rosa Jungels a Rui Costa.

Il Blockhaus non ha fatto sconti e ha incoronato il favorito: Nairo Quintana era partito per vincere la tappa e ci è riuscito a modo suo, dopo aver fatto lavorare una squadra fortissima, la Movistar. All’arrivo non c’era lo sgomento sportivo di cinquanta anni prima, con il “velocista” Merckx che precedeva gli scalatori, ma un po’ di preoccupazione sorge spontanea perché se il favorito si dimostra subito uomo forte il rischio è di assistere a un monologo del colombiano. Una pausa adesso serve per le gambe e per impostare nuove tattiche, dopo la crono di martedì bisogna attaccare il colombiano su ogni terreno visto che in salita il condor spicca il volo facilmente.

Il Giro 100 non è chiuso, è la sua storia che ci ricorda che le sorprese sono dietro a ogni curva, basta voltarsi appena dietro fino all’anno scorso per sognare in grande.