Per cancellare il Cnel tocca cambiare la Costituzione. Così dicevano per spingere gli italiani a votare le riforme. Poi succede che l’ente scampato al referendum tenta anche di darsi una nuova veste e rifarsi la dote, scrivendosi da solo un disegno di legge che però resta lì dov’è. Perché? Perché ritenuto in-cos-ti-tu-zio-na-le. E da chi? Da tutti i senatori della Commissione Affari Costituzionali, nessuno escluso. Il tutto mentre il Consiglio dei ministri nominava al vertice Tiziano Treu, che fino al giorno prima giurava di volerlo abolire, pur essendone stato consigliere. E mentre la telenovela sul destino del Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro assume tratti comici passa quasi inosservata la proposta di pensionarlo con legge ordinaria, senza cadere nel bicchier d’acqua della modifica alla Carta che ogni impulso liquidatorio o riformatore, fatalmente, annega.

Il 5 maggio, giorno dell’ode a Napoleone, poteva segnare la seconda giovinezza del Cnel. Al suo vertice veniva nominato un nome di peso come l’ex ministro di Prodi ma a Villa Lubin, sede dell’ente, erano in fregola anche per un’altra firma. Lo stesso giorno in prima Commissione del Senato arriva il disegno di legge che la stessa assemblea del Cnel aveva scritto, approvato e trasmesso il 21 febbraio. I senatori non entrano neppure nel merito della proposta che conferma i 64 consiglieri e aumenta le attribuzioni a suon di pareri sulle leggi di bilancio, certificazioni di rappresentatività sindacale nel privato e un essenziale “rapporto annuale in tema di misurazione del benessere equo e sostenibile”. Tutti i capigruppo votano per il pregiudizio di costituzionalità, sospendono l’esame e rimandano all’aula, che è come dire in tribuna. Il Cnel, sostengono, può cambiare i propri regolamenti, mica riformare se stesso. Del resto nessuno sembra disposto a mettere la firma sotto una leggina che ridà un po’ di soldi al vituperato organo di rilievo costituzionale.

Il vicepresidente: “E allora decidano loro, ma lo facciano”
Aspettando Treu (per la ratifica ci vorrà circa un mese) al quartier generale del Cnel non la prendono bene. Il vicepresidente, Gian Paolo Gualaccini: “Era una proposta a costo zero che rifondava completamente il Consiglio senza aumentare il bilancio attuale che è di 7,1 milioni di euro. Senza alcuna spesa di rimborso e indennità, oltre il costo del personale e della sede che comunque c’è”. Ora che è stata bocciata per presunto vizio di costituzionalità? “Ci dicano loro cosa dobbiamo fare. I consiglieri hanno ricevuto un mandato dalle varie organizzazioni che è ratificato dal Cdm e dal Presidente della Repubblica con Dpr. Dal 2015 lavoriamo gratis per spirito di servizio, cosa che in prospettiva sarà difficile proseguire, visto che da 64 siamo rimasti in 23 ed è appena stato pubblicato l’invito a rinnovare il Consiglio. Se il parlamento ritiene che la carica di consigliere del Cnel debba essere gratuita non c’è problema però poi, per analogia e correttezza, devono esserlo anche quelle degli altri organi costituzionali: è un problema di equità, ma anche costituzionale”. Ed ecco che ritorna la Costituzione.

Basta una legge ordinaria, come per la naja
Ma puoi lasciarla com’è se devitalizzi il dente senza estrarlo. E’ il succo di una proposta di legge presentata il 7 aprile scorso dall’onorevole Tancredi Turco di Alternativa Libera. Uno “svuota-Cnel” basato sul concetto che anche senza procedere a modifiche della Costituzione si possono togliergli le attribuzioni residue non espressamente previste dalla Carta. E’ al chiodo dell’articolo 99 Cost., infatti, che per oltre mezzo secolo sono stati appesi salami e salsicce che hanno foraggiato generazioni di sindacalisti, politici e amici degli amici. Via il Segretario Generale e tutta la disciplina del suo personale, via la Commissione per l’Informazione e la gestione dei contratti collettivi “che non trovano fondamento in Costituzione e sono duplicazioni, in quanto già oggetto d’indagine, raccolta e gestione di dati da parte dei ministeri competenti”. Per farlo basta una legge ordinaria di quattro articoli che vale quasi quasi 5 milioni di euro. I precedenti non mancano: lo si è fatto per l’abolizione della leva obbligatoria che era prevista all’art. 52 della Carta. E il legislatore non è stato fucilato sul posto.