In vista dell’uscita del Regno Unito dall’Ue sono parecchie, oltre a Milano, le città europee che si stanno candidando per ospitare l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) che, attualmente, ha sede a Londra. Si tratta di un’opportunità che promette vantaggi economici non indifferenti per il Paese e la città ospitanti: un budget annuale di 300 milioni, circa un migliaio di dipendenti diretti, circa 65.000 visitatori ogni anno, centinaia di meeting e convegni. Per non parlare delle collaborazioni con le istituzioni e i laboratori locali.

L’Ema, in un comunicato, ha apprezzato l’interesse manifestato da tante parti, precisando che “tuttavia la decisione sulla sede dell’Agenzia non sarà presa dall’Ema, ma verrà determinata di comune accordo fra i rappresentanti degli Stati membri”. Il governo inglese sostiene che, in assenza di una regola che obblighi l’Agenzia ad avere la propria sede in uno Stato membro dell’Ue, non c’è alcun bisogno che l’Ema traslochi dopo la Brexit: potrebbe restare a Londra e la questione dovrebbe venire discussa nel corso dei negoziati per il divorzio.

A Bruxelles sembrano invece propensi a classificare questa idea tra quelle concepibili solo da “chi vive in un’altra galassia” e “si sta facendo illusioni“. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, è stato molto netto: “Le Agenzie devono avere la propria sede nell’Ue. La decisione di muovere le agenzie la prenderanno i 27 Stati membri e non è parte dei negoziati Brexit, ma è piuttosto una conseguenza della Brexit. Il Regno Unito sta lasciando l’Ue e non avrà voce in capitolo sulla localizzazione delle agenzie”.

Non si tratta tuttavia di perdere soltanto il vantaggio economico derivante dalla presenza della sede dell’Agenzia. Per Londra si profila anche il problema dei contributi al costo del trasloco: sono gli inglesi che hanno deciso di lasciare l’Ue e dovrebbero quindi sopportare le spese derivanti dalla loro decisione. Ma il governo britannico non vuole saperne del conto presentato recentemente dall’Ue: lo considera troppo alto. Comprensibili quindi tutti i tentativi di ridurlo, come sta tentando di fare trattenendo a Londra la sede dell’Ema.

L’Agenzia ha sede a Canary Wharf, dove si è trasferita nel 2014, in uno stabile di proprietà del Canary Wharf group, con il quale ha stipulato un contratto di leasing venticinquennale che scadrà nel 2039. La società costruttrice aveva provveduto, a proprie spese, a realizzare le strutture interne necessarie a soddisfare tutte le esigenze dell’Agenzia, ma aveva chiesto in cambio un impegno di lunga durata: 500 milioni di euro senza possibilità di sciogliere il contratto per 25 anniDa qui al 2039 l’Ema dovrebbe pagare ancora 347,6 milioni di euro ai proprietari dello stabile.

Nel 2011, prima della firma, la Commissione per i Bilanci del Parlamento Europeo aveva esaminato il contratto di leasing e aveva dato parere positivo ma, probabilmente, più per pressioni politiche che per convinzione, come risulta chiaramente dal rapporto firmato dalla responsabile, la tedesca Monika Hohlmeier, che scriveva: “La Commissione per i Bilanci deplora che la sede proposta si trovi in una delle zone più care della città più cara dell’Unione Europea, perché ciò è in contraddizione con la politica di risparmi decisa dal Consiglio. Per il futuro la Commissione per i Bilanci si rivolge al Consiglio affinché, nell’ambito delle politiche sugli immobili dell’Unione, tenga conto, per la sede di una nuova agenzia, dei costi degli immobili nel paese ospitante”.

Intanto, ogni decisione sulla nuova sede è stata rimandata e non sono ancora stati determinati i criteri oggettivi in base ai quali esaminare le candidature. A Bruxelles, in occasione del Consiglio europeo straordinario del 29 aprile, se n’è parlato per non più di cinque minuti e il presidente, Donald Tusk, ha proposto di definire nella riunione di giugno i criteri da adottare per scegliere la nuova città ospite. Se si troverà l’accordo, in ottobre, con una successiva riunione, in cui è facile prevedere che peseranno soprattutto valutazioni di tipo politico, verrà individuata la città più adatta.

Da non trascurare il fatto che la decisione sulla nuova sede deve essere presa dal Consiglio Europeo all’unanimità e, a ottobre, il Regno Unito sarà ancora uno Stato membro dell’Ue. E allora? È vero che, secondo l’ormai famoso Articolo 50 del trattato sull’Unione europea, “il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano”, ma possiamo star certi che ci sarà da discutere. Dunque, campa cavallo e auguri a Milano.