Nel dicembre 2014, la Corte di Giustizia dell’Ue condannava l’Italia a un’ingente sanzione pecuniaria per inadempimento “di Stato” alle direttive europee sui rifiuti. Più precisamente, il provvedimento era dovuto alla mancata esecuzione, da parte dello stesso Paese, di altra sentenza di condanna della medesima Corte, emessa nel lontano 2007.

Oltre a una somma forfettaria di 40 milioni di euro, i giudici comunitari infliggevano all’Italia una penalità di 42,8 milioni di euro per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie a dare piena esecuzione alla sentenza del 2007. In pratica, l’Italia avrebbe continuato a pagare fino a quando fosse continuata la “permanenza in stato di infrazione”. Con la prima sentenza, nel 2007, la Corte aveva dichiarato che l’Italia aveva disatteso, in modo generale e persistente, gli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti stabiliti dalle direttive in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi e discariche di rifiuti. Tra le conclusioni della condanna del 2014, l’Autorità Giudiziaria con sede in Lussemburgo ribadiva che era stato violato dallo Stato italiano, tra gli altri, in modo pervicace, l’obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.

Commentando quel provvedimento giudiziario, che illustrava assai meglio di una moltitudine di trattati il rapporto tra questo Paese e quel settore nevralgico della tutela ambientale che sono i rifiuti, il ministro dell’Ambiente (Galletti, lo stesso di oggi) dichiarava: “Andremo in Europa con la forza delle cose fatte, lavorando in stretta collaborazione con le istituzioni Ue, per non pagare nemmeno un euro di quella multa figlia di un vecchio e pericoloso modo di gestire i rifiuti con cui vogliamo una volta per tutte chiudere i conti”. Le parole del sempre autorevole garante dell’ambiente nazionale, neanche a dirlo, hanno trovato granitica conferma nei fatti: fino a poche settimane fa, l’Italia, in esecuzione della sentenza in esame, aveva già pagato il forfait iniziale di 40 milioni e le somme relative ai tre trimestri successivi. Per la modica cifra complessiva di 141 milioni di euro.

Alcuni giorni fa, il ministro dell’Economia, rispondendo a un’interpellanza della deputata Claudia Mannino, ha dichiarato che è stata pagata anche la quarta rata per evidente, ulteriore, “permanenza in stato d’infrazione” dell’Italia: 21,2 milioni di euro per 98 discariche ancora da bonificare. Se ne ricava, con scarse possibilità di smentita, che in questo Paese si continua a violare l’obbligo di smaltire i rifiuti senza pericolo per l’uomo o per l’ambiente.

Nel rapporto Osservasalute 2016, pubblicato di recente, si afferma che: “Tra i numerosi fattori che influenzano la salute umana un ruolo di primo piano è, sicuramente, rivestito dall’ambiente […] I rifiuti rappresentano uno degli indicatori di maggiore pressione, non solo in termini ambientali, ma anche in termini sociali e sanitari”. Ai rifiuti e alla loro relazione con la salute umana, pertanto, il Rapporto dedica la prima parte del capitolo “ambiente”. Ulteriori, interessantissimi dati e riferimenti sul tema nel recente post del dottor Antonio Marfella su questo sito.

Forse, tra queste notizie non c’è alcun nesso. Forse.

Con la legge sugli “ecoreati”, che si accinge a compiere ormai due anni di vita, il 22 prossimo, sono state introdotte nel nostro ordinamento norme che meritano attenzione. Per esempio, da un lato, in chiave sanzionatoria, il reato di omessa bonifica o l’ordine di ripristino dello stato dei luoghi a carico del condannato per uno dei nuovi ecoreati; dall’altro, in funzione premiale, la cospicua attenuante a favore dell’imputato che “prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi”.

A prescindere dagli inadempimenti “di governo” agli obblighi comunitari in questa materia, quelle su citate sono norme che potrebbero costituire un tentativo di contrasto alla salubre tendenza che ha visto la carta geografica di questo Paese punteggiarsi di discariche, più o meno abusive, e di contestuali “indizi” di impatti sanitari, per esempio sulla salute dei bambini.

Forse, potrebbe essere utile iniziare ad applicare queste norme su larga scala. Insieme al resto di quella legge.