Altri quattro anni di Giovanni Malagò. Rieletto con percentuali bulgare, praticamente portato in trionfo dal consiglio nazionale del Coni, che ormai è diventato casa sua. Il presidente uscente e entrante viene riconfermato sfiorando il 90% dei consensi, in un’elezione scontata a cui alla fine partecipano praticamente tutte le Federazioni, anche quelle “sub iudice” come Tiro a segno e Automobile Club, che in teoria non avrebbero potuto votare. Ma perché fare troppo i fiscali e rovinare il giorno del Malagò-bis?. Nel salone d’onore del Foro Italico si alza solo una voce fuori dal coro. Quella dello sconosciuto sfidante Sergio Grifoni, ex presidente dell’Orienteering, che avverte: “Se il Coni non cambierà, verrà spazzato via dal Movimento 5 stelle“.

IL MONITO DI GRIFONI – Il risultato dell’assemblea è stato netto: Malagò si è perso per strada appena 8 schede delle 75 totali, espressione di un dissenso minimo. La sua rielezione fotografa un mondo dello sport che si identifica nella gestione dell’ultimo quadriennio, fatta di belle parole, buoni risultati e un rinnovamento di facciata: i presidenti federali si congratulano tra loro, lui abbozza un accenno di commozione, lo scrutinio è un’infinita litania del nome del presidentissimo. Di Sergio Grifoni, il carneade che lo ha sfidato senza alcuna speranza di vincere, e delle sue parole nessuno si ricorda già più: “Il Coni avrebbe bisogno di essere riformato profondamente. Bisogna rivedere le strutture, ogni euro pubblico ricevuto e speso va rendicontato”, dice lui. Parla di riforma dei regolamenti e della giustizia, superamento del binomio Coni-Coni servizi, trasparenza e risparmi. “Il Movimento 5 stelle ha già spazzato via il sogno delle Olimpiadi, potrebbe spazzar via anche questa istituzione, a meno che non diventi davvero quell’ente al servizio dello sport e dello Stato che al momento non è”. Parole da alieno, che non a caso in questo consiglio nazionale raccolgono appena 2 voti di numero.

ALLA FINE VOTANO TUTTI – Molto più combattuta, invece, la lotta per entrare in giunta, il consiglio dei ministri dello sport italiano, la stanza dei bottoni dove tanti presidenti aspiravano ad entrare per avere ancor più potere: alla fine la spuntano Flavio Roda (sport invernali, al ballottaggio), Alfio Giomi (atletica), Sabatino Aracu (sport a rotelle), Angelo Binaghi (tennis) e Franco Chimenti, numero uno del golf e mattatore del progetto Ryder Cup, che con un plebiscito sarà anche vicepresidente (lasciando la Coni Servizi, che passerà in futuro a Roberto Fabbricini). Sul voto ci sono comunque delle ombre: nonostante l’alto numero di contenziosi e casi pendenti, alla fine tutte le Federazioni hanno partecipato all’assemblea, con la sola eccezione di Bruno Leoni dell’Aeroclub, sospeso dall’Anac. C’erano Giorgio Scarso della scherma, riammesso a tempo di record dalla Prefettura, e Luciano Buonfiglio della canoa, che pure dovrebbe tornare presto alle urne vista l’irregolarità della sua elezione. C’erano soprattutto Angelo Damiani Sticchi dell’Aci (problema sollevato ieri da ilfattoquotidiano.it) e Ernfried Obrist del Tiro a segno, che lo stesso Malagò aveva garantito sarebbe stato escluso: entrambi sono sprovvisti per ragioni diverse del decreto governativo di ratifica della nomina, ma il mancato passo indietro del primo ha permesso di votare anche al secondo. Dopo aver contribuito alla rielezione di Malagò, poi, i due si sono astenuti per la giunta: un compromesso trovato con la presidenza per evitare di prestare il fianco ai ricorsi, ma senza fondamento giuridico.

LE PROMESSE DI MALAGÒ – Proprio questo sarà uno dei grandi temi del prossimo mandato. Malagò ha promesso la revisione di tutti i regolamenti delle Federazioni sportive, che hanno portato all’incredibile serie di anomalie e irregolarità nel corso dell’ultima tornata elettorale. Certo, sarebbe stato meglio farlo prima e non dopo il voto: ma probabilmente Malagò non se l’è sentita di usare il pugno di ferro nei confronti di chi a sorpresa nel 2013 l’aveva posto alla guida dello sport italiano. Ora, con meno cambiali da onorare, dovrà andare fino in fondo. Così come metterà ancora mano alla giustizia sportiva, già riformata due anni fa ma evidentemente non abbastanza. Gli organi endofederali continuano ad essere in mano a chi comanda, in futuro verrà dato ancora più potere alla super procura del Coni guidata dal generale Cataldi (anche se questo potrebbe non essere necessariamente un bene). E poi ci sono le ambizioni internazionali, personali di Malagò e istituzionali del binomio Coni-governo, che va sempre a braccetto: la sessione Cio 2019 a Milano potrebbe essere il preludio ad una nuova candidatura olimpica, perché no (ma molto dipenderà dell’assegnazione dei Giochi 2024: se vincerà Parigi ancor più favorita dopo l’elezione di Macron, le porte sono chiuse per i prossimi vent’anni). “Vi chiedo di volare alto, di evitare qualsiasi conflitto d’interessi. Con coraggio e passione ci divertiremo insieme”. Ma più delle promesse di Malagò e degli applausi dei suoi amici presidenti, tra gli affreschi fascisti del salone d’onore continua a risuonare l’eco del monito del suo sfidante.

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