Quando accenno ai cambiamenti climatici ricevo parecchi commenti di ispirazione negazionista. La settimana scorsa, a pochi giorni dal superamento della soglia di 410 ppm di biossido di carbonio nell’aria, vari commenti hanno espresso opinioni di questa natura, mentre pensavo con nostalgia che, nell’Anno Santo 1950 quando sono nato, si respirava un’aria assai più povera di Co2: quasi 100 ppm in meno. L’Italia è uno dei Paesi europei dove le opinioni estreme sul clima sono più popolari, in perenne balia tra la Cariddi dei negazionisti e la Scilla dei fedeli alle scie chimiche. E sul negazionismo, più di fatto che di concetto, siamo il Paese europeo più allineato agli ultimi indirizzi governativi degli Stati Uniti.

I presidenti conservatori degli Stati Uniti hanno sempre guardato alla questione climatica con sospetto. Un saggio di 12 anni fa di Chris Mooney aveva messo in luce la propensione dell’amministrazione repubblicana a distorcere e perfino sopprimere la ricerca scientifica a favore dei propri obiettivi politici, soprattutto su temi ambientali.

Nel 2001 George W. Bush istituì una Commissione scientifica, con l’auspicio di affossare le conclusioni del Terzo rapporto (2001) dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). Ne facevano parte 11 scienziati di alto profilo e il loro rapporto fu sottoposto al giudizio di 13 revisori indipendenti, che a loro volta chiesero aiuto a un vasto bacino di studiosi anche stranieri, esperti di particolari sfaccettature della questione. E perciò vidi anch’io il rapporto ancora prima della sua pubblicazione: una doccia fredda per il Presidente che avrebbe invaso prima l’Afghanistan e poi l’Iraq: la Commissione della National Academy concordava con la valutazione che i cambiamenti climatici degli ultimi 50 anni fossero stati verosimilmente causati dall’uomo, così come sosteneva l’Ipcc.

Stesso film ora, ma senza l’errore, che fece Bush, di coinvolgere una comunità scientifica di eccellenza. Poco più di un mese fa, la Camera dei Deputati degli Stati Uniti ha infatti tenuto un’audizione in materia di “Scienza del clima: supposizioni, implicazioni politiche e metodo scientifico” alla quale sono stati chiamati solo quattro testimoni: John Christy della University of Alabama, Michael Mann della Penn State University, Judith Curry del Georgia Institute of Technology e Roger Pielke della University of Colorado. E le posizioni negazioniste hanno trovato il loro palcoscenico accanto a posizioni meno inclini agli auspici dell’amministrazione, ma deboli.

La Curry parla di “guerra alla scienza” da parte degli scienziati attivisti che difendono il consenso intorno alle valutazioni dell’Ipcc, partendo dall’affermazione: “Che il clima della Terra si sia complessivamente riscaldato almeno per tutto il secolo scorso è un fatto accertato. Tuttavia, non sappiamo quanto le attività umane abbiano contribuito a questo riscaldamento e gli scienziati non concordano se le emissioni di gas serra di origine antropica siano la causa principale del riscaldamento recente rispetto alle cause naturali“. A sua volta, Christy dichiara che la variabilità naturale del clima è stata deliberatamente trascurata da parte della ben sovvenzionata industria scientifica del clima, troppo focalizzata sui modelli e sempre meno attenta ai sistemi di osservazione.

Per contro, il solo Mann difende il consenso attorno alle valutazioni dell’Ippc e segnala la lunga sequenza di attacchi negazionisti che i climatologi hanno subito nell’arco degli ultimi 30 anni. Talora infami e spesso mossi da interessi legati all’industria fossile, mineraria ed energetica, basati su studi analoghi a quelli promossi dall’industria del tabacco per negare la nocività del fumo. E cita un’impressionante sequenza di ricerche che provano la validità dei modelli climatici alla luce dei dati osservati, precedenti e successivi alla loro formulazione. Ma la sua testimonianza ha gli stessi toni di quella che avrebbe potuto rendere un anarchico al processo a Sacco e Vanzetti.

Roger Pielke jr. afferma infine che “l’aumento del biossido di carbonio influenza il sistema climatico, forse in modo drammatico e irreversibile; il sistema climatico è soggetto a molteplici influenze umane; la nostra capacità di vedere il futuro è limitata; la certezza non è ancora alla nostra portata; stabilizzare la concentrazione atmosferica di biossido di carbonio non impedisce il cambiamento climatico”. E resta abbastanza scettico, invece, riguardo all’effetto che i cambiamenti climatici hanno nei confronti dei fenomeni estremi: uragani, alluvioni, siccità e tornado. Nel contempo, condanna la politicizzazione sempre più spinta dell’indagine scientifica, che ha condizionato, per esempio, anche il Quarto e il Quinto rapporto dell’Ipcc (2007 e 2014). Nonostante ciò, proclama a sorpresa che “se non esistesse, l’Ipcc andrebbe inventato”. E da tempo Pielke è uno dei fautori di una modesta ma crescente carbon tax, finalizzata allo sviluppo e alla diffusione delle energie pulite.

Credevo che i negazionisti fossero ormai scomparsi, anche perché − se si trattava di scienziati, magari in materie assai lontane dalle scienze della Terra, erano pur sempre scienziati − in genere si trattava di persone in età avanzata. Mi sbagliavo e ora sostengo che chi studia seriamente il clima debba tuttora riflettere e dibattere con attenzione sugli argomenti negazionistici, quando essi si basano su ragionamenti scientifici, puntando a confutarli con onestà. E smascherando invece con forza le manipolazioni e rigettando le infamie. E concordo con Pielke quando afferma che la questione climatica, anziché trasformarsi in strumento di lotta politica, meriti una tregua bipartisan, giacché “l’accreditamento delle conoscenze scientifiche è più efficace quando affronta le questioni che i decisori politici hanno giudicato rilevanti per il processo decisionale e lo fanno in modo autorevole, imparziale e inclusivo”.

Se Macron ha espresso in modo autorevole un pensiero imparziale e inclusivo rivolgendosi agli americani, per di più in buon inglese per un francese, è possibile che tutto ciò avvenga anche in Italia? Temo che la risposta sia negativa, giacché il nostro Paese nega la competenza scientifica a favore di altre virtù, siano quelle dei nani e ballerine cari alla politica, siano quelle dei vari opinionisti pseudo-scientifici dal curriculum imbarazzante cari ai media, al pubblico e a parecchi ambiti accademici che si auto qualificano eccellenti. E la politica italiana − lontana anni luce dall’autorevolezza, dall’imparzialità e dall’inclusione − trascura non solo la sfida climatica, ma anche altre questioni ambientali, che diventeranno un fardello per i posteri altrettanto greve quanto il debito finanziario.