Eva aveva 11 anni, era sorda ed era muta. Era la più grande, ma non poteva sentire, non poteva gridare. Non riuscì a fare altro che abbracciare i suoi fratelli, Danciu e Menji che di anni ne avevano 8 e 4, sperando che non facesse troppo male, che almeno lo spavento passasse in fretta. Poco più in là c’era la loro amica, Lenuca, 6 anni, che sfidò il fuoco chiudendosi su se stessa, piccola più piccola di quanto che era già. Rimasero mucchi di polvere, bambole sporche e abbandonate, un passeggino diventato reliquia. Si trovava tutto sotto l’arcata di un ponte sulla superstrada che a Livorno chiamano solo Variante e significa Variante Aurelia. Eva, Danciu, Menji e Lenuca erano venuti dalla Romania per stare in un posto così, che fa cento volte schifo: tra topi e piccioni, tra prati incolti e una quattro corsie dove passano a cento all’ora, tra tir e furgoni che vanno verso le periferie industriali, capannoni, parcheggi di centri commerciali, svincoli. “Volevamo regalare un futuro migliore ai nostri figli e invece qui hanno trovato la morte. Ora meritiamo di morire anche noi” pianse Menji Clopotar, padre dei tre fratelli. Menji aveva raccontato di avere lavorato dieci anni in Polonia per potersi costruire una casa, ma aveva dovuto spendere tutti i soldi per le cure dei figli sordomuti e per questo erano venuti in Italia a cercare una storia migliore. Per tutta la vita, invece, lo mangerà il senso di colpa di aver lasciato soli i bambini, mentre discuteva con altri nomadi. I bambini dormivano e l’incendio li portò via. Era il 10 agosto, le stelle cadevano e i desideri morivano. I grandi non c’erano, erano a litigare, forse per soldi.

Sono passati dieci anni e la loro storia, la storia di Eva e degli altri bambini, non l’ha raccontata più nessuno. Lo ha fatto in un libro di qualche anno fa Bianca Stancanelli (La vergogna e la fortuna, Marsilio). E lo ha fatto finché ha potuto Luciano De Majo, cronista del Tirreno, che quella notte arrivò poco dopo i vigili del fuoco e che negli anni successivi non ha mai smesso di parlarne, di scriverne: un’ossessione che trasformò in senso civico. In questo tempo in cui ci si indigna per gli scontrini delle ong e non per i bimbi affogati in mare, avrebbe potuto insegnare alle redazioni di tutta Italia come si raccontano le storie degli ultimi: i disoccupati, gli sfrattati, i migranti, i rom.

La storia dei bimbi di Livorno se la sono dimenticata tutti, invece, dieci anni dopo: il tempo di chiuderli in un loculo, nel cimitero dei Lupi. La differenza è che il rogo di Livorno scoppiò per il degrado in cui vivevano quelle famiglie e che l’incendio del camper di Roma è stato provocato da un assassino, che sia un razzista o un altro rom non fa differenza nemmeno per un millimetro, se non per la polemica spicciola di qualche nano politico pronto a produrre il suo comunicato per qualche quarto di voto. Ma qui finiscono le differenze perché la storia di Roma è di nuovo la storia di persone che sono fuori dal perimetro del controllo sociale fondamentale che garantisce tutti i cittadini, anche se la maggior parte di questi non se ne accorge nemmeno.

In quel loculo dei Lupi sono state rinchiuse per sempre la commozione durata qualche giorno, e le parole belle della politica, belle come sempre, così belle da morire subito. La morte di Eva, Lenuca, Danciu e Menji, disse il ministro dell’Interno Giuliano Amato (oggi giudice costituzionale), ”ha destato negli italiani un problema che abbiamo sulla coscienza: quello dei rom. Si tratta di un problema di sicurezza pubblica e di solidarietà”. Subito dopo cominciò a parlare di protocolli con i sindaci, direttive europee, errori legislativi. “E’ giusto piangere quando muoiono quattro bambini, ma è irresponsabile piangerli e basta e non fare in modo che queste situazioni non si possano più ripetere” affermò Roberto Calderoli, leghista, vicepresidente del Senato allora come oggi. Il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (Rifondazione) aggiunse che fu “l’ennesima tragedia annunciata, di fronte alla quale non si può rimanere immobili”. Ricordò che il suo ministero aveva destinato tre milioni di euro del fondo per l’inclusione, per fare in cinque città italiane il passaggio dal campo nomadi ad alloggi”. Gocce nell’oceano, risposero i sindaci. Ferrero aggiunse che “sarebbe bene che alcune forze di centro destra si astenessero dal gridare allo scandalo ogni qual volta si spendono soldi in favore di integrazione di rom e sinti, la metà dei quali sono oggi italiani”. Il presidente dell’Anci Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, negò che da parte dei sindaci ci fosse una “sottovalutazione del problema della presenza dei campi nomadi e, più in generale, dell’immigrazione; è che la situazione è sempre più critica e ricette semplici non ne esistono”. Domenici dette la colpa alla guerra dei Balcani, all’ingresso della Romania nell’Unione Europea, sottolineò che “il tasto dell’integrazione va bene calibrato, a cominciare dalla situazione dei minori perché dobbiamo garantire che essi non siano tenuti in condizioni di marginalità né sfruttati per attività di tipo illegale”. Ribadì le cose di sempre: l’obbligo scolastico, l’inserimento al lavoro, campi attrezzati, evitare campi abusivi. Gianni Alemanno sarebbe diventato sindaco di Roma di lì a poco e intanto se la prendeva col governo perché secondo lui serviva un decreto legge che fronteggi l’emergenza del nomadismo, riempiendo dei buchi legislativi che impediscono alle autorità locali e agli organi di polizia di intervenire efficacemente su questo problema”.

La questione dei nomadi è una prova impegnativa. Tuttavia separare la certezza della pena per chi commette reati e lo sforzo per un’integrazione progressiva e completa è un percorso che non coinvolge masse a perdita d’occhio. I rom e i sinti in Italia sono 150mila e di questi più di metà è di cittadinanza italiana. A Roma sono stimati in 9-10mila. Ma i rom “stanno antipatici a tutti” ed è per questo che la politica che per tutto il giorno litiga sul nulla oggi ha perso la lingua e continua a fottersene, usando qualche tweet di circostanza. Dopo il rogo di Livorno l’unico che ammise che c’era ancora del lavoro da fare fu il presidente del Consiglio Romano Prodi: spiegò che la questione era europea, certo, ma che l’Italia era meno preparata di altri Paesi perché qui il fenomeno era più recente. Dopo dieci anni è caduta anche quella scusa.