La sonora sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi segna l’irreversibile fallimento di uno sterile euroscetticismo fatto di luoghi comuni e fallacie che tenta di scuotere inutilmente l’Europa.

PARIGI – In Francia non ha solo vinto Emmanuel Macron, ha anche perso Marine Le Pen, e non è una semplice tautologia. Se il Front National non è riuscito a vincere nemmeno nell’annus horribilis della Francia – tra attentati terroristici e imperversare della crisi economica – allora non riuscirà a vincere mai. Questo perché, piaccia alla Le Pen o meno, i francesi, dicendo sì a Macron, hanno detto sì a un presidente che ha avuto l’audacia di mettere l’Unione europea al centro del suo discorso, di difendere l’Euro fino alla fine e di ribadire a chiare lettere la volontà di rimanere protagonisti in Europa.

I francesi, impoveriti, colpiti e feriti, hanno urlato a denti stretti il loro desiderio di rimanere europei e nel cuore di un’unione che, con tutti i suoi difetti – e sono tanti – rappresenta un progetto di pace e convivenza tra popoli prima in guerra perenne tra loro. I francesi – così come gli olandesi qualche settimana prima bocciando per l’ennesima volta il biondissimo Geert Wilders e le sue idee nazionaliste – hanno detto no all’estremismo, al nazionalismo, alla chiusura delle frontiere e ad un’autarchia socio economica sbandierata dal Front National come la panacea a tutti i mali della Francia.

Dopo l’annuncio della vittoria, Macron è arrivato all’Esplanade del Louvre sulle note dell’Inno alla gioia, ovvero l’inno ufficiale dell’Unione europea. Il fatto che il neo eletto Presidente della Repubblica francese, il paese più sciovinista d’Europa, abbia scelto l’Inno alla gioia invece che la Marsigliese per presentarsi al proprio popolo rappresenta un atto rivoluzionario, una netta presa di posizione di un presidente che ha imbastito la sua intera candidatura sulla difesa dell’Unione europea, un atto più che coraggioso in tempi in cui la maggior parte dei politici europei – italiani in testa – non lesina riprovevoli stoccate a Bruxelles pur di scroccare qualche consenso.

 

Nonostante le continue campane a morto suonate dagli euroscettici del continente, in questi anni lo spirito europeista dei popoli d’Europa ha continuato a crescere, nel bene e nel male, tra crisi, Erasmus, attentati e scambi culturali. L’elettorato più giovane dei Paesi Ue non è più solo francese, italiano, spagnolo e ungherese, ma inizia ad essere, piano piano, anche europeo. Il francese Front National, l’olandese PVV e la leghista Lega Nord si dimostrano in questo modo non soltanto sempre più inefficaci sul piano politico ma letteralmente anti storici de facto. Mentre perdevano tempo ed energie a sbraitare contro l’Unione europea, non hanno saputo intercettare questo nuovo spirito che stava prendendo forza in quei popoli dei quali si ergono presuntuosamente ed erroneamente a paladini.

La sfida di Macron consiste adesso anche nel sapere dare risposte a quella Francia meno sedotta dal suo messaggio europeista. I cittadini di Roubaix colpiti dalla delocalizzazione selvaggia del tessile e quelli di Henin Beaumont vessati dalla chiusura delle miniere, zone dove il Front National ha incassato risultati importanti, necessitano risposte concrete a problemi reali. La Francia e l’Unione europea devono aiutare i dimenticati dalla globalizzazione a costruirsi un futuro – anche se le logiche economiche di cui sono vittime vanno ben oltre i confini europei. Per fare questo, i Paesi membri, in primis Francia e Germania, devono trovare la forza di riformare l’Unione europea concedendole quei poteri di cui oggi è priva. Il Presidente della Francia, uno dei due motori dell’intera Ue, a Bruxelles ha questo potere. La vera ‘audacia‘, per citare una parola pronunciata da Macron, sarà adesso trovare il coraggio di usarlo.

@AlessioPisano

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