Il Giro d’Italia è passione e condivisione. Io e il vignettista Fabio Vettori, distanti chilometri ma uniti dalla passione per la Corsa Rosa, proveremo a raccontarla in parole e vignette.

Sono circa le 14 quando carico l’auto e parto, destinazione Nicolosi. Il comune etneo è stato la mia base per due giorni, quelli dell’arrivo sull’Etna e della ripartenza da Pedara. Seguo il Giro d’Italia se non fosse chiaro. Non ci sarebbe motivo alcuno per abbandonare il divano di casa e la tv con le sue mille inquadrature e i replay per vedere al meglio una tappa ma in generale ogni evento sportivo. Ma entrarci, sia esso una partita di calcio, un gran premio motoristico, o appunto una tappa del Giro d’Italia, ti permette di viverlo e carpire altre suggestioni. Proprio quelle provo a raccontarvi, a partire dalla vigilia della tappa numero 4, la Cefalù-Etna che promette scintille, meglio lapilli, sulle rampe del vulcano.

Tutto il contrario è il mio arrivo in paese, morbido, “la porta dell’Etna” è ancora socchiusa a 24 ore dal passaggio dei corridori. Sulla via Etnea è installato un arco rosa da cui pende uno striscione che ricorda Michele Scarponi, palloncini rosa nelle vetrine addobbate per l’occasione, qualche operaio puntella ancora i tombini per renderli più sicuri al passaggio dei corridori. Preso posto in uno dei tantissimi B&B assediati in questi giorni, noto un gran via vai di auto della carovana e mezzi al seguito – anche il tir Rai, quello che contiene il podio delle premiazioni. Vanno tutti su, fino ai 1910 metri del Rifugio Sapienza.

Io andrò domani, non ho la condizione fisica per la scalata in bici ma vorrei evitare di prendere l’auto. C’è un solo bus che parte alle 9 del mattino, ok, potrebbe andar bene, ma lo stesso torna indietro alle 16. Peccato che la tappa si concluda alle 17 se non dopo, perderei l’arrivo. Mi sorprendo ma non mi scompongo; cerco taxi, auto private o navette. Per avere una risposta certa vado dai vigili urbani, intenti a spiegare ad altri turisti, francesi, orari e percorsi. “Con me può parlare in italiano, se vuole anche in siciliano, dico al vigile che appronta un sorriso di sollievo dopo la grande faticata”. Dialetto o italiano poco cambia, nessun mezzo porta su, bisogna che vada in auto, mi rassegno.

Il giorno della gara mi alzo presto e raggiungo il traguardo al mattino. Vedere crescere di ora in ora il numero degli appassionati ti dà il termometro dell’affetto per il Giro. Quasi tutti sono lì per Vincenzo Nibali, temono Nairo Quintana ma sono convinto che sarà duello. Chi altro si aggiungerà ai due favoriti? È presto per dirlo, è ora di pranzo e c’è chi fa tavolate sulla pietra lavica, i più si accontentano di un panino. I ciclisti arrivati in bici si asciugano e si coprono, il vento tira forte e sul tratto finale sarà contrario ai corridori. A tre ore dall’arrivo del gruppo arrivano gli striscioni, i tifosi imparruccati e colorati. Il clima è quello giusto, la Sicilia ha risposto dopo sei anni di attesa. Esattamente sei anni fa, il 9 maggio del 2011, avveniva la tragedia di Wouter Weylandt lungo la discesa del Passo del Bocco, lo speaker lo ricorda e scatta l’applauso.

Sul maxischermo compaiono le immagini della corsa, mancano 100 chilometri, poi 90, 70, la febbre sale! A 18 chilometri dal termine inizia l’ascesa, il Rifugio si trasforma in uno stadio allo scatto di Nibali sotto il cartello dei tre chilometri all’arrivo. Il morso dello squalo non ferisce nessuno, in gruppo si studiano mentre davanti Jan Polanc stringe i denti e accarezza il sogno. Il’nur Zakarin è l’unico a evadere da un gruppo dove i big si studiano. Polanc sputa l’anima ma vince, meritatamente.

Per chi come me non era davanti alla tv, la giornata è stata piena, pienissima di passione per il ciclismo.