Lo premetto, questo è un post sentimentale, così siamo a posto. Però devo confessarlo: l’Inno alla gioia suonato così, a bruciapelo, sul piazzale del Louvre al posto della Marsigliese mi ha emozionato. Quello che mi disturba è che sia un centrista a causarmi questo smottamento emotivo (e mentre ci penso nello schermo mentale mi appare il volto mellifluo di Pier Ferdinando Casini…), ma tant’è: i tempi sono quelli che sono. Emmanuel Macron non è John Fitzgerald Kennedy, ma ha davanti a sé una sfida: lui, all’Eliseo, sa che non può permettersi di perderla e io, da qui, so che non posso permettermi di non fare il tifo per lui.

 

È vero, non sono figlio di allevatori costretti fino al 2015 a gettare via il latte perché lo dice Bruxelles, né di pescatori che devono ributtare in mare il pesce, né di agricoltori che devono mandare al macero le arance perché ci sono le quote dell’Ue. Come tutti, però, vivo sulla pelle le storture e le conseguenze dei tagli alla spesa pubblica – leggi ai servizi per i cittadini, dato che la spending review “buona” promessa anche dall’appena rieletto segretario del principale partito di governo non si è mai vista – che l’appartenenza all’Unione comporta. Ma come molti sono anche cresciuto con un ideale (o una pia speranza, chiamatela come volete): che l’Europa volesse dire crescita, giustizia sociale, possibilità di muoversi liberamente e di considerare le Alpi come un confine soltanto fisico e non più mentale. Di avere una casa allargata al continente. Di avere la possibilità di cercarmi una vita migliore altrove nel caso ce ne fosse stato il bisogno.

Quando studiavo all’università a Roma e sognavo di fare il giornalista, mi è capitato di scrivere per un giornale che usciva in allegato con Il manifesto. Si chiamava WorkOut. Lo aveva fondato a Berlino in un brodo primordiale fatto di idealismo, sindacalismo ed europeismo un ragazzo di nome Tino Broemme, un simpatico bohemien di solida fede comunista che nel 2003 aveva messo su anche in Italia una redazioncina fatta di universitari e stava replicando l’esperimento a Londra, a Madrid e a Parigi. Alla base c’era una idea: “Voi studenti di vent’anni – diceva, lui ne aveva qualcuno in più – siete i primi cittadini consapevoli di questa Unione di cui vi parlano fin da quando siete piccoli, siete voi a girare l’Europa in interrail e a fare domanda per l’Erasmus a Londra, Barcellona, Valencia, Parigi o chissà dove. Sarete voi a lasciare le vostre case per andare a lavorare in un Paese europeo perché ne avrete la possibilità e non perché sarete costretti a farlo. Quello che voglio fare è un giornale che parli ai futuri cittadini di questa Europa“. Che figata, pensavo mentre Tino mi raccontava il progetto in un caffè di piazza Fiume che ora non c’è nemmeno più.

Noi, cittadini d’Europa. Negli anni ho dato tutto questo per scontato, come in effetti è. Era il 2003, l’anno prima era arrivato l’euro, 10 anni prima ancora il governo Amato aveva firmato il prelievo forzoso che aveva permesso all’Italia di entrare nei parametri di Maastricht. Poi nel 2011 Bruxelles catapultava a Palazzo Chigi Mario Monti armato di sciabola con la missione di tagliare spesa pubblica (e servizi) per evitare il tracollo. E poi nel 2015 lo psicodramma Grecia. L’Unione le aveva stretto un cappio attorno al collo chiedendole di ingoiare merda continuando a sorridere e aveva rispedito ad Atene un Alexis Tsipras partito da rivoluzionario e tornato a casa prono, normalizzato e pronto a mettere in atto le politiche lacrime e sangue che gli erano state richieste. Quindi è arrivata la Brexit e gli inglesi che hanno dimostrato che uscire dall’Unione Europea è possibile, sfilando un primo tassello dalle fondamenta di una costruzione che ora oscilla come il campanile di Amatrice la notte del 24 agosto.

Quel giorno, il 23 giugno 2016, ho capito, come tutti: ho capito che a causa della sua stessa cecità la costruzione politica che ha garantito a questo continente 70 anni di pace potrebbe venire giù tra uno, due, cinque o dieci anni. E ho pensato a mia figlia Lucia che ha 5 anni e mezzo e alla nuova in arrivo. E le ho immaginate già grandi e in età per fare le scelte importanti guardare verso il continente, ma senza la visuale (e la visione) che ho potuto avere io finora, sostituita da una cartina politica spezzettata in singoli Staterelli guidati da Marine Le Pen, Norbert Hofer, Viktor Orban, Geert Wilders (per non parlare di un Matteo Salvini al di qua delle Alpi, che Dio ce ne scampi), e senza una cornice in grado di contenerne le intemperanze di stampo sovranista, gli appetiti nazionalistici, la volontà antistorica di fare a pezzi tutto senza la minima idea di ciò che sarà dopo.

Ecco perché l’Inno d’Europa che ha risuonato domenica sera sul piazzale del Louvre è stato importante: perché ha dissolto almeno per qualche ora questo incubo. Perché Macron è l’ultima occasione di cambiare, per la Francia e per l’Europa. E così, dopo anni di disincanto, mi trovo costretto a dover sperare in un politico, per giunta non del mio Paese (con questi proprio non ce la faccio), per giunta espressione di quell’establishment finanziario che ha fatto dell’Unione quel moloch spietato che è ora, e desiderare che abbia capito che è il momento di modificare il paradigma e che sia in grado di innescare un cambio di direzione anche di pochi gradi ma capace di far deviare il vascello dalla rotta dell’austerità a tutti i costi che porta dritto verso un iceberg.

È l’ennesima, ingenua professione di fede, quella che faccio. Fede nella possibilità che l’Europa possa somigliare sempre meno a quella che è in questo momento e avvicinarsi sempre più a quella che è stato bello immaginare e che per molti versi è davvero. Rasento il masochismo, lo so. D’altronde sono romanista e ho votato per anni il Pd. Ma non vedo altra strada.