Alla fine l’ha spuntata lui, l’enfant prodige della politica francese. Non era scontato che succedesse, come insegnano i casi Trump e Brexit, nonostante i pronostici avessero preconizzato un forbice di oltre il 20% tra i due. E’ altrettanto chiaro, tuttavia, che questo è stato un voto contro Marine Le Pen, più che a favore di Emmanuel Macron. Contro lo spettro di un’altra, decisiva, defezione nell’UE, con tutto ciò che di negativo sull’industria avrebbe significato.

Al di là di come la si pensi quella dell’auto in particolare, fronte management, starà tirando un sospiro di sollievo. Da presidente, la pasionaria del FN avrebbe attuato misure protezionistiche nei confronti del made in France, fino al punto di obbligare i costruttori nazionali a riportare la produzione in patria. Un pò come sta facendo Donald Trump, tra gli imbarazzi più o meno velati delle Big Three.

In molti ricordano come nel 2014 la Le Pen tuonò contro Macron (“indecente”) quando l’allora ministro dell’economia presenziò all’inugurazione di una fabbrica Renault in Algeria, proprio mentre in Francia la crisi mordeva e aleggiava lo spettro della chiusura di alcuni impianti produttivi.

Per non parlare dell’isolazionismo politico e commerciale che la Francia avrebbe vissuto se fosse stato dato seguito alla promessa elettorale ricordata sopra. Ovvero quella dell’uscita dall’Unione Europea, che avrebbe probabilmente significato anche la fine dell’Unione stessa.

Macron, invece, da questo punto di vista è una garanzia. Liberista, flessibile, pro-business e con competenze anche in campo automotive visto che sempre nel 2014, quando il governo francese rilevò il 14% delle azioni di PSA per evitarne la bancarotta, era consulente di Francois Hollande. Ad onor del vero fu anche quello che criticò Carlos Ghosn, allora numero uno di Renault-Nissan, perché guadagnava troppo.

Certo, da presidente idee e prospettive cambiano. Anche se, immaginiamo, non quelle riguardo alla flessibilità. Parolina magica che ha quasi sempre fatto rima con fregatura, per i lavoratori di ogni latitudine. Le riforme di Macron del 2015 in tema di economia e mercato del lavoro, rinfacciategli dalla Le Pen in campagna elettorale, gli costarono la forte opposizione dei sindacati e di un’ala stessa del Partito Socialista di Hollande.

Un conflitto tutt’ora in essere che, nondimeno, dovrà cercare di mediare. Anche perché alle porte ci sono le elezioni parlamentari, e il suo partito En Marche ha bisogno di una legittimazione anche a livello politico.

Il primo banco di prova nell’automotive, tuttavia, non lo ha deciso lui ma la storia. Che gli ha messo di fronte la questione Opel, recentemente rilevata da PSA. Favorirà la “flessibilità” (leggi tagli occupazionali) nell’ottica di una razionalizzazione del business che avvantaggi l’azienda o avrà un occhio di riguardo anche per i lavoratori visto che adesso è il “presidente di tutti”? In fondo, lo stato francese è ancora azionista di PSA…