La vita sa essere spietata. Inizi a rappare in tempi in cui il rap, praticamente, non esiste. Lo fai inseguendo un sogno, credendo nel tuo talento. Mentre anche altri iniziano lo stesso percorso, ma lo fanno partendo da un’altra prospettiva. Tu lì a rappare con leggerezza, gli altri a fare politica. Inizi a rappare e ti trovi praticamente tutta la comunità rap contro, il dito puntato con l’accusa di aver svenduto un genere, di essere commerciale. Hai anche successo, sia detto, ma sempre con un po’ d’amaro in bocca, perché la critica non ti caga, perché la comunità non ti caga. Poi arrivano i tempi bui, perché, credeteci, quelli erano tempi migliori. Arriva la rottura col proprio socio storico. Arriva una carriera solista che non ingrana. Tutto sembra finito.

Poi il colpo di reni, lo scatto d’orgoglio, la botta di culo. Arriva The Voice, torna il sereno. I nuovi rapper, in realtà poppettari che usano la cifra rap, iniziano a citarti come punto di riferimento, come modello, come precursore. Sono tutti lì, i poprapper, in fila davanti al tuo trono. Ti metti in proprio, stringendo società con uno di questi. Diventi per tutti lo Zio, quello più vecchio, certo, ma che ha ancora presa sul pubblico giovane, sempre più giovane. Con Fedez apri Newtopia. Con Fedez decidi di metterti a lavorare anche artisticamente. Fate Comunisti col Rolex, andate in testa alla classifica, sbancate. Sei un mito, di nuovo, o forse per la prima volta. Partite in tour, un tour quasi ovunque sold out, fatto in palasport importanti. Fate quattro date di fila al Forum, record nel vostro genere, ma anche bel risultato in generale, riuscito a pochi altri artisti. Insomma, tutto sembra filare liscio. I giorni in cui ti scherzavano perché mentre gli altri parlavano di sociale e politica e tu cantavi il Funkytarro o altre amenità del genere sembrano lontani. Vieni anche invitato a parlare di sociale e politica in tv, diventi una sorta di testimonial proprio di questo giornale.

Tutto bene è quel che finisce bene, direbbero in una favola. Non fosse, però, che il tuo socio, Fedez, uno che non sbaglia una mossa social neanche volendo, decide di rovinare tutto. Mentre siete in concerto all’Arena di Verona – ti rendi conto?, due rapper all’Arena di Verona – lui che fa? Tira fuori dalla tasca un anello con brillante e chiede la mano alla sua fidanzata, la fashion blogger Chiara Ferragni. Così. Dal nulla (si fa per dire, eh). Lui che con te ha inciso Vorrei ma non posto è lì a chiederle di sposarla in diretta radio, davanti a 12mila persone presenti fisicamente in loco. Lui che solo due mesi fa diceva di non credere nel matrimonio è lì, in ginocchio, a mandare a puttane tutto quello che hai fatto per riconquistare una credibilità. Tu da quel momento diventi come il pugile suonato, quello che al centesimo cazzotto in faccia non capisce più nulla, si aggira per il ring senza più una logica, senza un domani. Non si può spiegare altrimenti il tuo dire, a fine concerto, che per Fedez sei l’altra metà del cielo.

Bene, caro J Ax, io sono con te. Perché anche se la tua musica, allora come oggi, mi ha sempre fatto cagare profondamente, in questi casi penso che si debbano mettere i gusti e il buon gusto da parte e si debba fare uso della solidarietà. Quindi lo dico pubblicamente, anzi, lo scrivo, contando che queste parole restino nel tempo: oggi e sempre Je Suis J-Ax, l’altra metà del cielo.