“La Fondazione Grosseto Cultura, che fa capo al Comune, ha azzerato il premio Monicelli. Dicono che non ci sono soldi e c’è stato il cambio politico: ora comanda il centrodestra… La porchetta spazza via i film”. Chiara Rapaccini, in un’intervista al Corsera parla della scelta della Fondazione. Con amarezza riflette su come uno dei padri della commedia italiana sia stato quasi dimenticato. “[…] Hanno privilegiato le sagre, gli sbandieramenti, la rievocazione con costumi e cavalli di Ludovico il Bavaro che nel ‘300 assediò Grosseto. Una cultura nazional-popolare che va bene se convive col tentativo disperato di fare qualcosa che allarghi lo sguardo”, dice ancora Rapaccini.

Ha ragione ad indignarsi per il trattamento riservato al regista di tanti capolavori, come I soliti ignoti, L’armata Brancaleone e Amici miei. Ha ragione a dolersi del trend italiano a privilegiare le sagre. A voler investire in eventi senza alcuna qualità. La miriade di amministrazioni comunali sparse per l’Italia offre un campionario quasi illimitato di questi casi. Sagre di ogni tipo di specialità locale. Dal broccolo alle fragoline, passando per la trippa e lo spezzatino, fino alle trofie con radicchio e porcini. Moltissimo altro, tutto “valorizzato” da eventi annuali. Organizzati in luoghi non di rado di pregio. Castelli, aree archeologiche, piazze. Eventi che oltre al patrocinio, hanno anche il finanziamento del Comune. Anzi, dell’assessorato alla Cultura del Comune di turno. D’altra parte la sagra è un richiamo speciale. Un attrattore fortissimo. Così pensano molti amministratori locali.

C’è un’area archeologica che avrebbe bisogno almeno di esse mantenuta? Esiste un Palazzo storico che ha il tetto pericolante? C’è una biblioteca oppure un archivio che rischia la chiusura? Esiste un castello che continua ad essere chiuso perché non è in sicurezza? Inutile chiedere. Le risorse a disposizione non permettono alcun intervento, si affretteranno a spiegare da uno degli uffici di uno dei molti comuni italiani. La questione cambia se in ballo c’è una sagra, un evento gastronomico. D’incanto lo stesso ufficio che aveva tentato di giustificare il diniego, si mostrerà disponibile. Interessato. Magicamente si troveranno le risorse necessarie per gli stand e forse anche per soddisfare le richieste del cantante chiamato ad animare l’evento. Così l’evento entrerà d’ufficio tra le iniziative dell’assessorato alla Cultura. Un autentico fiore all’occhiello!

Il problema non è che ci sia spazio per questi appuntamenti. Il problema non è che si investa in queste occasioni, ma piuttosto che troppo spesso esse costituiscano l’unica offerta culturale. Insomma soffochino l’alternativa a salcicce, al crostino mazzariddaru, al Buccellato e all’asparago. Releghino sempre più in un angolo le specificità locali. Il patrimonio storico-artistico-archeologico e con esso le arti sviluppate nei territori. Il problema non è dunque che si abbia la possibilità di assaggiare la salciccia calabrese, ma che per vedere il castello che esiste nel comune che organizza la sagra, sia in qualche modo costretti ad attendere l’evento.

Sembra un paradosso, sfortunatamente non lo è. Per visitare monumenti e luoghi, generalmente chiusi alle visite, è necessario attendere la sagra di turno. Accade più di frequente di quanto si possa credere. L’Italia per la quale Eataly è un indiscusso modello, espone con orgoglio le sue specificità eno-gastronomiche, ma troppo spesso dimentica il paesaggio nel quale esse sono prodotte. Dimentica quel paesaggio antropizzato senza il quale quei prodotti perdono gran parte della loro unicità.

Monicelli fa parte di quel paesaggio, perché ne ha descritto parti significative, tante volte. Eppure anche per il regista, come per il paesaggio, non sembra quasi più esserci spazio. Il Mibact insegue la valorizzazione di musei e aree archeologiche, promette di promuovere le arti, finanzia pellicole. Tanti Comuni assicurano la realizzazione di sagre ed eventi gastronomici. E’ anche così che la porchetta spazza via i film e il patrimonio diffuso.