Ha 16 anni e finalmente l’ha detto. L’ha tirato fuori dalle viscere, l’ha urlato tutto d’uno fiato: “Mamma, ti odio!“. E io sono rimasta con la bocca mezza aperta, come se fossi in apnea. Vorrei dire qualcosa ma non mi esce nulla di originale, tranne la solita minaccia trita e ritrita: stasera non esci, sei in punizione. Meriteresti il collegio. No, questo non lo posso dire. Perché lei, in collegio, ci sta già.

Ma non è il tipo di collegio che descrive Andrea De Sica (nipote di Vittorio De Sica) nella sua meritevole opera prima “I figli della notte”, film del 2016. Un collegio tosto per rampolli ricchi, viziati e incorreggibili, isolato fra le montagne dell’Alto Adige, il primo centro abitato a 10 chilometri di distanza. Un isolamento forzato per lasciarli soli con se stessi, nessuna connessione a Internet e possibilità di usare il cellulare solo mezz’ora al giorno. E il preside nel discorso di benvenuto dice: “Vi insegneremo con le nostre maniere a diventare la futura classe dirigente del Paese”. Li aspetta una rigida disciplina da rispettare e bullismo feroce da parte degli studenti più grandi. I ragazzi si danno a fughe notturne attraverso un bosco spettrale per raggiungere il luogo proibito, un losco ritrovo frequentato da ballerine di lap dance. I ragazzi, in realtà, sono spiati dal loro educatore che finge di chiudere un occhio di fronte alle loro scappatelle con la scusa di conoscerli meglio. Qui si sopravvive o si muore, e il finale è degno di una favola noir che rivela il sottofondo di una generazione fragile, insicura e spietata.

No, il collegio di mia figlia, l’istituto Le Rosey, in Svizzera, tra i più esclusivi al mondo (o così dicono), non è una gabbia dorata. È un educandato dove si educa poco ma ci si diverte molto. Intanto, e non è poco, ha imparato a dire vai a fare in c..lo in tre, quattro lingue. E quando le esce, come un urlo di pancia, mi colpisce dritto al petto. Qui, se il padre della sua compagna di stanza è arrestato per evasione fiscale, questo genere di reato ha quasi una sua nobiltà. Quasi quasi preferirei una scuola di Scampia, almeno lì il delinquente è più verace e non è travestito da grand seigneur.

Oh, certo che ho provato, eccome, a togliere mia figlia dal prestigioso Le Rosey per iscriverla a una normale scuola dalle nostre parti, ma il tribunale di Frutigen, sollecitato da suo padre, me l’ha impedito. E, pur di difendere le Rosey come gloria nazionale, ha emesso un provvedimento cautelare non impugnabile. “… In considerazione della volontà espressa per telefono al giudice”, recitava la sentenza emessa. Immaginate un giudice italiano del Tribunale dei minori che chiama la ragazzina al cellulare e le chiede: “Piccola, dove vuoi andare a scuola?”. Io, la madre, neanche interpellata. Mi è stata concessa, per grazia ricevuta, una memoria difensiva da presentare solo dopo l’inizio dell’anno accademico e che, naturalmente, non è stata tenuta in considerazione. Come chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati.

Com’è che si dice, moglie e buoi dei paesi tuoi. Gli lascerei le loro mucche al pascolo e mi terrei stretta la giustizia italiana.