REGGIO EMILIA – Come un arbitro severo fischiava, tutti perché? (Luca Carboni

L’arbitro è un po’ magistrato e un po’ sacerdote. (Gianni Brera

Mettete da parte l’arbitro Moreno, se ce la fate, se il travaso di bile è stato metabolizzato. L’italiano, o meglio i popoli latini, hanno un disperato bisogno di qualcuno super partes che prenda le decisioni, che si faccia parafulmine, che diventi il “cattivo” di turno sul quale scaricare le proprie frustrazioni, debolezze ataviche, inadeguatezze o lo scarso talento. Alibi per tutti gli errori, spiegazione di tutte le disgrazie, i tifosi dovrebbero inventarlo se non esistesse. Quanto più lo odiano, tanto più hanno bisogno di lui, scriveva Eduardo Galeano. L’arbitro è, per sua stessa natura, contrario al fluire del gioco, pensa il tifoso: Ventidue gambe hanno loro; ventidue gambe abbiamo noi; il pallone è rotondo; la porta quadrata; l’arbitro è cornuto, la lucida analisi di Oronzo Canà– ovvero Lino Banfi nei panni del L’Allenatore nel pallone.

Il tifoso accanito, l’hooligan in curva, il fan da divano e il telecomando: tutti hanno Nessuna pietà per l’arbitro. Questo è il titolo della nuova produzione MaMiMò, il centro teatrale reggiano per il quale scrive la promettente penna di Emanuele Aldrovandi che, insieme a Fabrizio Sinisi, è il trentenne più cool della scena contemporanea nazionale. In una triangolazione, anche pericolosa e a tratti forzata e spinta, che apre spiragli politici con l’aneddotica passata e slanci sull’attualità grazie all’ausilio di continui passaggi tra la situazione partitica di e quella della Costituente e rimandi al campo da basket, la triade dei protagonisti si allea, si scanna, si accalora, collabora, si accanisce attorno alla figura dell’arbitro. Come immaginare un triangolo con al centro, fulcro e perno, l’occhio di Dio, che tutto vede e provvede, giudica e sanziona. Come spiegava Ennio FlaianoL’italiano ha un solo vero nemico: l’arbitro, perché emette un giudizio.

Patrigno (Luca Mammoli, che diventa una sorta di Alberto Angela), madre incinta del nuovo compagno (Federica Ombrato, esagerata nella recitazione) e adolescente nato dal primo matrimonio, irrequieto e irascibile (Filippo Bedeschi, caricato a molla). Questa la paglia che facilmente prende fuoco quando l’arbitro (Alessandro Vezzani, puntuale, nella parte), che la sera prima ha espulso il ragazzo sul campo da pallacanestro (qui a Reggio Emilia ha mosso i primi passi, palleggiando, un certo Kobe Briant) che aveva dato in escandescenza per un fallo subito non rilevato, si presenta con le sembianze del nuovo datore di lavoro per un colloquio.

La situazione sfugge di mano. Sul fondale, una lavagna (ci ha ricordato la versione italiana di Copenhagen di Michael Frayn), un pannello rosso dove poter disegnare (meglio), descrivere e spiegare (peggio) i vari paesaggi e interscambi. Aldrovandi ci dice che l’arbitro è essenziale, che senza non si può giocare, che le regole vanno accettate, rispettate, comprese. Ma anche che bisogna chinare la testa anche quando le decisioni prese dall’autorità sembrano, o sono, sbagliate volontariamente o consapevolmente fallaci. Non sarebbe esistita allora la Resistenza, la Rivoluzione, l’Opposizione.

Abbiamo individuato nei tre, Dc, Pci e Psi e nell’arbitro la Costituente. Mentre, per quanto riguarda lo specchio sul momento odierno, ecco Pd, Fi e Movimento 5 Stelle, oltre che Giuseppe, Maria e Gesù. A tratti, ci si perde in questa visione, in questo quadro dove l’arbitro-Dio racchiude in sé gli ambiti e gli aspetti della Costituzione. Certamente non è una di quelle pièce che si sbrodolano nella retorica e nel trito delle celebrazioni (l’anno prossimo saranno 70 anni dalla sua promulgazione).

I MaMiMò hanno cercato una via alternativa, una strada poco battuta e laterale per tentare di dare un’idea giovane e fare una fotografia di questi tempi burrascosi e iracondi dove ai figli viene perdonato qualsiasi errore, anche i più atroci da cronaca nera, non permettendo loro così di crescere, diventare adulti, assumersi le proprie responsabilità. E forse ha ragione l’arbitro di Nessuna pietà, quando serafico esplode: Lei mi odia perché è un fallito, perché odia la società dove vive. La scelta, il bivio sta tutto tra la morale o la convenienza. Un buon teatro per adolescenti.

Un paese avrà raggiunto il massimo grado di civiltà quando le partite si terranno senza arbitri. (José Luis Coll)

(Le fotografie sono di Nicolò Degl’Incerti Tocci)