Prendi una sera di fine aprile a Napoli, tornata a fiorire d’un nuovo fermento artistico. Mettici il Teatro Bellini, storico presidio di cui per 21 anni fu direttore artistico Tato Russo riportandolo, dopo decenni d’abbandono, al rango d’istituzione culturale con la produzione di straordinari allestimenti e spettacoli avanguardistici: dai Momix a Lindsay Kemp, da Freaks a Zingarò, da Woody Allen a Carmelo Bene fino a eccellenze della musica come Keith Jarret. Oggi questo delizioso teatro d’autore, accanto all’omonima piazza (cuore bohémien napoletano: mura greche, giovani artisti e caffè letterari), è gestito dai suoi figli, a partire da Gabriele, giovane regista cresciuto a pane e teatro, dinamico organizzatore di rarità culturali.

Aggiungici Daniel Pennac, in Italia per la promozione del suo nuovo romanzo, Il caso Malaussène – Mi hanno mentito, fresco di stampa per Feltrinelli, primo tomo di un’opera in due volumi che segna il gran ritorno della saga del capro espiatorio di professione e della sua gioiosa, rocambolesca tribù familiare di stanza a Belleville.

Al Bellini, però, lo scrittore è di scena non col nuovo romanzo, di cui pure è stata fatta una riduzione teatrale in forma di reading che sarà proposta a Torino al Salone internazionale del libro, ma con una prima assoluta tratta da una graphic novel, Un amour exemplaire (Un amore esemplare), uscita per Dargaud, ancora inedita in Italia, di cui Pennac è autore insieme alla fumettista Florence Cestac. Un gioco letterario per un evento speciale svoltosi lo scorso 29 aprile e presentato nell’ambito di Comicon 2017, il salone internazionale del fumetto, in collaborazione con Laila, creatura di Roberto Roberto, rete europea d’artisti e operatori delle arti performative. Un’impresa, ma anche un progetto culturale cui Pennac da sempre è legato.

Una storia d’amore, teatro la Francia degli anni 30, quella tra Jean Bozignac e Germaine: lei di umili origini, lui figlio d’una ricchissima famiglia di produttori vinicoli, ripudiato per aver ceduto al fascino della ragazza. Pennac li conobbe da bambino, durante le vacanze estive dalla nonna, a La Colle-sur-Loup, in Costa Azzurra. Il che fa sì che in scena lo scrittore sia, autobiograficamente, nei panni di sé stesso. Un racconto curioso, a partire dal metodo narrativo utilizzato e dal soggetto, che vede gli autori protagonisti, poiché qui le parole di Daniel Pennac e la matita di Florence Cestac danno vita ad uno spettacolo allestito con lo stile unico dello scrittore e interpretato dal tratto inconfondibile della disegnatrice.

Niente figli, niente lavoro, un amore senza intermediari, per l’appunto esemplare: “Jean, è vero che Germaine e te non lavorate? Ragazzo mio, in amore, il lavoro è una separazione. Questo scioccava i borghesi del circondario. Io invece li guardavo amarsi” racconta Pennac. Ma qui oltre la storia, la sfida è dare forma teatrale al fumetto. E dalle vignette disegnate sul palco vengono fuori le scene che si susseguono. Scenografia essenziale per un progetto originalissimo in due lingue, il francese e l’italiano, che convivono in perfetta armonia, quasi che fosse una danza su due idiomi, al punto tale da rendere superflui i sopra titoli.

Platea delle grandi occasioni dell’intellighenzia, partenopea e non. Gabriella Ferrari Bravo e Gennaro Matacena, architetto (e armatore), progettista di spazi museali, innamorato della musica “qualcosa di completamente diverso dalla mia professione, per questo ho cominciato a prendere lezioni di pianoforte”; Costanza Boccardi e Angelo Curti, fondatore, insieme a Mario Martone e Toni Servillo, dei Teatri uniti; Angela e Mimmo Jodice, tra i più significativi fotografi italiani che lo ha visto, negli anni, accanto ad Andy Warhol, Pistoletto, Kounellis, Burri…, e un occhio sempre attento alla sua Napoli; Fabio Gambaro, neo direttore dell’Istituto italiano di cultura a Parigi, che tra i tanti ha avuto il merito di svecchiare quel presidio culturale d’Oltralpe che è l’Hôtel de Galliffet, rendendolo meno ingessato, finalmente più accessibile e decisamente culturalmente più dinamico.

60 minuti scorrevoli, assai coinvolgenti, di una leggerezza calviniana, in cui la doppia lingua corre veloce, ai limiti della percettibilità. 60 minuti che ci raccontano d’un amore di resistenza, e una cifra narrativa delicatissima. Quasi che Pennac volesse dirci, in modo lieve, che l’amore, quello vero, anticonformista, è sovversivo per natura. Sempre.