Un prete pedofilo, cinismo, scandalo e una (furba) operazione commerciale. In Bruciare tutto, l’ultimo romanzo di Walter Siti – vincitore del premio Strega nel 2013 con Resistere non serve a niente – edito da Rizzoli, i detrattori hanno visto perlopiù questo. Ne è un esempio, e un piccolo caso nell’editoria italiana, la recensione di Michela Marzano che su Repubblica firma la stroncatura di quello che lo stesso Siti definisce il “più disperato” dei suoi libri.

La lettura fortemente negativa della Marzano ha però avuto un effetto forse insperato: puntare i riflettori e generare dibattito (e non poche polemiche) attorno al romanzo. Una contesa divisa su due fronti opposti e inconciliabili: da un lato chi ha visto in Bruciare tutto “solo” la storia di un prete pedofilo e la cinica descrizione (arricchita di particolari che hanno fatto storcere più di un naso) delle fantasie perverse del protagonista, dall’altro chi ha voluto ribadire la legittimità/necessità della letteratura di affrontare qualunque argomento, seppur scandaloso.

Un dibattito che ha sì puntato le luci sul romanzo, ma che ha lasciato in ombra il libro stesso. Bruciare tutto racconta la storia di un giovane prete, don Leo, e della sua vita quotidiana a Milano, tra oratorio, mensa dei poveri, conforto e sostegno agli immigrati, doposcuola per bambini in difficoltà e confessioni simili a sedute psicanalitiche. Una vita apparentemente esemplare e dedita al sacrificio quella del protagonista, che sa bene che “la vita privata di un prete sono gli altri”. E don Leo si muove così, tra un’azione caritatevole e l’altra, in una Milano dominata dai grattacieli diventata sempre più un abisso infernale in cui borghesi annoiati e infelici, poveri e disperati di ogni ceto e religione si muovono all’ombra dell’onnipresente torre Unicredit, simbolo della Milano della finanza e della miseria. Ma il pacifico sacerdote di Siti nasconde un segreto, anzi due: la pedofilia e l’aver consumato un rapporto completo con un bambino quando aveva circa vent’anni.

Una narrazione dunque ricca di temi e voci, eppure il libro – come pronosticato dall’autore nel romanzo – è stato bruciato “al fuoco di un unico tema”: la pedofilia, forse l’ultimo tabù ancora in grado di scandalizzare i lettori. Perché dunque una scelta così consapevole? Una domanda a cui lo scrittore cerca di dare risposta alla fine del libro, quasi in un tentativo di difesa preventiva in vista del fuoco che avrebbe investito il libro poco dopo la pubblicazione. Ma il dubbio sulle reali intenzioni resta e lascia il lettore in cerca di una non facile risposta. A completare lo scandalo generato dal protagonista del romanzo, Walter Siti, in un’intervista rilasciata – sempre su Repubblica – dopo la stroncatura di Michela Marzano, risponde in merito alla dedica al libro, un omaggio “all’ombra ferita e forte di don Milani. Don Leo come Don Milani? Non proprio, ma è Siti a dichiarare che, “forse forzando l’interpretazione”, ha pensato che anche il prete di Barbiana “ammettesse – nel suo epistolario – di provare attrazione per i bambini”.

Un’affermazione che non poteva passare inosservata e che ha scatenato una nuova gogna mediatica sul web, tra minacce della Fondazione Don Lorenzo Milani e un nuovo scontro tra detrattori e difensori. Polemiche che, ancora, lasciano sullo sfondo un libro in grado di raccontare molto: la miseria della società contemporanea; il rapporto tra una religione “senza lische” e la schiera dei fedeli della post-modernità che richiedono una versione edulcorata del Vangelo e, non da ultimo, i laceranti sentimenti di un uomo – don Leo – che convive nella vergogna del proprio desiderio cercando di combattere i demoni che lo assillano. Una lotta, quella del giovane prete, in cui l’aiuto dell’eterno e presente/assente Dio padre non arriva, lasciandolo in balia di un desiderio bruciante che non potrà che condannarlo “come in cielo così in terra”. E in tutto questo lo stile di Walter Siti, nonostante i temi forti affrontati, resta sempre asciutto e crudo, in bilico tra sarcasmo, umorismo e la lucida analisi antropologica della “Milano bene“.