I lavoratori che non esistono, ma ci sono. Quasi quattro milioni. I lavoratori che oggi, come fantasmi, hanno sfilato per le vie del centro di Napoli richiamando l’attenzione dei cittadini, dei turisti, degli altri lavoratori a nero o a grigio che servono sfogliatelle ai tavolini dei bar e che rispondono con muti cenni del capo, senza dare nell’occhio al titolare (“Io più o meno sono abbastanza in regola, ho un part-time ma lavoro tutto il giorno“, mi confida una cameriera).

“Sono quello che ti consegna la pizza“, “Sono la commessa che ti dice quanto ti stanno bene i jeans”, “Sono la guida turistica che ti ha fatto scoprire le bellezze del Duomo”, “Sono la baby sitter dei tuoi figli, la badante dei tuoi genitori”. Un megafono, un collettivo di attori che per settimane ha raccolto le denunce dei lavoratori sfruttati nel segreto della Camera popolare del lavoro di Napoli dell’Ex Opg – Je So Pazzo, la rocca che una volta era un ospedale psichiatrico giudiziario e oggi è casa del popolo napoletano, centro sociale dove ogni giorno sono in funzione l’asilo e la palestra, il doposcuola e lo sportello migranti, l’ambulatorio e gli infiniti corsi di lingue, danze popolari, fotografia, teatro, yoga, ceramica, i seminari di storia, le assemblee dei collettivi fino alle riunioni del partito comunista dello Sri Lanka, che qui ha trovato asilo.

Un corteo di fantasmi con i loro tariffari: “Pulisco la tua stanza d’albergo per tre euro l’ora”, “Ti servo il caffè per due euro l’ora”. E ancora: cinque euro per animare le feste di compleanno dei bambini, cinque per fare il cuoco, due per consegnare la pizza.

I Fantasmi distribuiscono un Manuale di autodifesa dal lavoro nero. Spiega come fare vertenza, rivolgersi all’Inps, reagire in caso di licenziamento: bisogna raccogliere tutte le testimonianze, conservare la corrispondenza con il datore di lavoro, le mail, gli sms, annotare su un’agendina orari, presenze, mansioni svolte ogni giorno. Dieci pagine di istruzioni minuziose per aiutare i lavoratori sfruttati a rivendicare i loro diritti. Invitano quanti si avvicinano per chiedere informazioni a rivolgersi alla Camera popolare del Lavoro (“Ma quanto costa?””È gratis”).

Le ultime stime dell’Istat, relative al 2014, parlano di oltre tre milioni e mezzo di lavoratori a nero, aumentati di 180mila unità rispetto al 2013 e di chissà quante a oggi. Il governo Renzi aveva risposto con i voucher: la sostanziale legalizzazione del lavoro nero, che è come ridurre il crimine depenalizzando i furti. I buoni-lavoro in vendita dal tabaccaio dovevano servire a far emergere il sommerso del lavoro occasionale, ma venivano regolarmente utilizzati da grandi catene della ristorazione e gioiellerie per risparmiare sui costi del personale.

Caso-scuola quello di McDonald’s, che ha 35mila punti vendita al mondo, e che pure figurava in cima alla lista degli utilizzatori di voucher: 35mila punti vendita al mondo, 50 milioni di panini da farcire ogni giorno. Il lavoro da McDonald’s non dovrebbe essere stabile come una volta quello alle Poste?

Il lavoro nero viene regolarmente agitato come uno spettro dai governanti che si danno il cambio negli anni raccomandando ai lavoratori di adattarsi al lavoro flessibile, proposto come unica alternativa praticabile. “Non siate fannulloni“, “Non siate schizzinosi“. “Il posto fisso è monotono“, ammoniva Mario Monti, sposato da oltre 40 anni con la stessa donna (la “monotonia” è un sentimento che varia parecchio da persona a persona).

Costretto a battere in ritirata per evitare la sconfitta certa al referendum promosso dalla Cgil, Gentiloni ha revocato i voucher, promettendo nuove formule contrattuali per regolamentare il lavoro saltuario e far emergere il lavoro nero. Eludendo, però, la domanda fondamentale che sorge spontanea osservando i fantasmi in corteo per il centro di Napoli: per quale motivo la pasticceria che si vanta di sfornare paste artigianali dal 1837 non può assumere lo stesso cameriere dal 1991?