Sono uscite di recente le motivazioni della sentenza del 17 gennaio 2017 con la quale la Corte d’Assise di Roma ha condannato i responsabili dell’Operazione Condor. Otto ergastoli, 19 assoluzioni e sei non luogo a procedere contro la rete di politici, militari e poliziotti che si estendeva su vari Paesi latinoamericani (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù, Uruguay) per attuare – con il beneplacito e la regia della potenza tutelare statunitense – l’eliminazione, in seguito a rapimento e torture, di numerosi militanti di sinistra nel corso degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta. Fra i condannati all’ergastolo figurano l’ex capo di Stato boliviano Garcia Meza, l’ex ministro degli interni boliviano Arce Gomez, l’ex capo di Stato peruviano Morales Bermudez, l’ex primo ministro peruviano Richter Prada, l’ex militare peruviano Ruiz Figueroa, l’ex ministro degli esteri uruguayano Blanco, gli ex militari cileni Ramirez Ramirez e Ahumada Valderrama. Contro altri boia e torturatori, fra i quali il capo della polizia politica cilena Dina Contreras, non si è potuto precedere perché deceduti.

E’ bene chiarire anzitutto che si tratta di un importante risultato che, come giustamente ricordato dall’ambasciatore cileno in Italia Fernando Ayala, fa onore al nostro Paese e in particolare alla sua magistratura e avvocatura. Occorre ricordare l’impegno incessante di pubblici ministeri come Giancarlo Capaldo e Tiziana Cugini, di avvocati come Arturo Salerni, Mario Angelelli, Fabio Galiani ed altri, nonché di volontari delle Ong come Jorge Ithurburu dell’associazione 24 marzo che pubblica l’intera sentenza sul sito. E’ importante che siano stati colpiti gli autori degli omicidi dei militanti italo-cileni Juan José Montiglio Murua e Omar Venturelli. I resti mortali di Montiglio – che aveva combattuto alla Moneda in difesa di Allende – finalmente identificati a oltre 43 anni dalla sua barbara uccisione, sono stati solennemente sepolti a Santiago il 23 aprile scorso.

Va detto, tuttavia, anche che alcune delle decisioni raggiunte dalla Corte d’assise lasciano decisamente l’amaro in bocca. Si tratta delle assoluzioni (dagli omicidi ma non dai sequestri che li hanno preceduti, nel frattempo però prescritti) di vari altri protagonisti della sanguinosa repressione di quegli anni, tra i quali il torturatore confesso italo-uruguayano Jorge Troccoli, come pure dei militari cileni responsabili della sparizione e morte del cittadino italo-cileno Maino Canales. I giudici hanno ritenuto insufficienti gli elementi di prova a loro carico per quanto riguarda gli omicidi compiuti, sebbene fossero colpevoli dei sequestri e fosse del tutto chiaro e pacifico il loro ruolo di fondamentali rotelle dell’ingranaggio omicida che ha portato alla sparizione, tortura e morte delle vittime.

Pesano al riguardo certamente anche le inadempienze del nostro ordinamento riguardo all’applicazione di fondamentali convenzioni internazionali come quella contro le sparizioni e contro la tortura. Occorre peraltro aggiungere che esistono già all’interno dell’ordinamento strumenti giuridici idonei alla condanna di tutti gli imputati e bisogna augurarsi che la Corte d’Assise d’Appello completi l’opera iniziata dando soddisfazione ai parenti delle vittime e al senso di giustizia di noi tutti.

Non si tratta solo di questioni che riguardano il passato. La Escuela de Las Américas, il famigerato centro statunitense dove i militari dell’America Latina imparavano a torturare e uccidere i “sovversivi” dei loro Paesi è infatti ancora in funzione. Oggi tutti gli sforzi dell’amministrazione di Washington paiono rivolti a rovesciare governi legittimi come, io ritengo, quello venezuelano, applicando tecniche per certi versi innovative, come l’uso della violenza nelle manifestazioni di piazza (circostanza riconosciuta recentemente perfino dall’agenzia reuter) o come l’eliminazione selettiva dei dirigenti chavisti. Ma non si esclude un ritorno alla repressione brutale nei confronti dei movimenti sociali e politici di opposizione da parte di governi come quello di Macri in Argentina, che non a caso ha subito eliminato gli organismi per la tutela dei diritti umani e messo in prigione leader comunitari come Milagro Sala. Anche coloro che, in Paesi apparentemente tranquilli come l’Uruguay, continuano a indagare sui crimini commessi sono oggi soggetti a minacce e intimidazioni: è il caso della ricercatrice Francesca Lessa.

Oggi come ieri il disegno strategico di chi vuole conservare e rinnovare la tradizionale condizione di asservimento dei popoli latinoamericani al potere imperiale statunitense e alle oligarchie ad esso legate è sempre lo stesso: la produzione di vittime e sangue, che la stampa asservita e/o ignorante è sempre pronta ad attribuire ai governi da destabilizzare, viene perseguita senza scrupoli. Contro tale disegno occorre agitare con forza le bandiere della pace, della giustizia e dell’affermazione dei diritti dei popoli.