Roberto Saviano ritorna, sulla sua pagina Facebook, sul tema dei migranti, anticipando uno spezzone dell’inchiesta di Alessandra Buccini Pietrantonio che andrà in onda giovedì sera a Piazzapulita, il talk di approfondimento condotto su La7 da Corrado Formigli. Il tema degli “schiavi del tessile” in Campania era già stato affrontato in Gomorra, il bestseller di Saviano venduto in tutto il mondo, da cui sono stati tratti un film e una serie tv. E l’inchiesta della giornalista di Piazzapulita sembra porre di nuovo l’accento su una questione importante nella quale si intrecciano immigrazione, criminalità organizzata e sfruttamento.

Sui migranti ci dividiamo ed è inevitabile. – scrive Saviano – Lo studio ci aiuta, il rigore ci aiuta.  “Non abbiamo prove ma…” non è la strada per venirne a capo. Come arrivano? Perché arrivano? Perché partono? Cosa lasciano e cosa si aspettano di trovare? Che impatto ha la loro presenza? E cosa trovano, che lavori fanno, in che condizioni? Piazzapulita questa sera racconterà una storia importante che riguarda gli immigrati bengalesi nel sud Italia. Nel seguirla teniamo presente che non esistono semplificazioni possibili, ma solo approfondimento. Ma soprattutto teniamo presente questo: dove c’è illegalità (che sia il mercato della droga o lo sfruttamento di esseri umani) ci sono sempre le organizzazioni criminali pronte a trarre profitto. Gli immigrati che vedrete nel servizio spesso entrano in Italia come finti lavoratori agricoli stagionali ma, scaduto il permesso, diventano clandestini e quindi ricattabili. Palma Campania, Bosco Reale, San Gennaro Vesuviano, San Giuseppe Vesuviano, settore tessile: bengalesi che lavorano tutto il giorno per un euro, due, fino a un massimo di quattro euro all’ora. Vivono in Italia come sarti irregolari, come schiavi. Da quando ho scritto Gomorra nulla è cambiato nel tessile campano, che un tempo era sinonimo di eccellenza ma oggi può significare a volte sfruttamento e per le aziende costi di produzione inferiori. Italiani, cinesi, bengalesi: tra dieci anni cambierà la nazionalità delle braccia da sfruttare e quella dei prestanome, ma le condizioni di vita e di lavoro no. 
E a chi si domanda: perché così tanti e perché proprio qui? Si può rispondere che sono clandestini e quindi schiavi e in quanto schiavi non possono decidere della propria vita”.