Il Russiagate continua a far fibrillare l’amministrazione Trump. La Casa Bianca si è rifiutata di fornire ai deputati che indagano sul caso informazioni e documenti sul caso dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, costretto a dimettersi per aver negato di aver discusso di sanzioni con l’ambasciatore russo in Usa, mentendo al vice presidente Mike Pence. Gli atti negati riguardano il nulla osta di sicurezza e pagamenti ricevuti da organizzazioni legate al governo russo e turco. Sei le richieste della commissione che indaga, ma l’amministrazione ha usato vari motivi per opporsi.

Intanto sulle presunte interferenze esercitate dalla Russia nelle elezioni americane l’8 maggio parlerà per la prima volta in un’audizione pubblica al Senato Sally Yates, l’ex Attoney General ad interim licenziata da Trump dopo essersi rifiutata di difendere il bando agli ingressi da Paesi a maggioranza musulmana. La testimonianza della Yates, calendarizzata insieme a quella dell’ex direttore per l’intelligence James Clapper, è particolarmente attesa in quanto era emerso che era stata lei ad allertare la Casa Bianca sulla possibilità che Flynn fosse stato fuorviante nel dar conto dei suoi contatti con Mosca.

E non finiscono qui i guai di Michael Flynn. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale potrebbe essere perseguito penalmente e dovrebbe restituire i soldi ricevuti da governi stranieri: lo sostengono i deputati Jason E. Chaffetz (repubblicano) ed Elijah Cummings (democratico), che guidano la commissione della Camera che indaga sul Russiagate. Documenti militari classificati, hanno spiegato, mostrano che Flynn non chiese l’autorizzazione né informò il governo sui pagamenti per i suoi interventi in Russia nel 2015 e per l’attività di lobbying per la Turchia. In tal modo Flynn potrebbe aver violato il divieto costituzionale di remunerazioni straniere per gli ufficiali in pensione.