L’armata Brancaleone di Alitalia, una ventina di azionisti che controllano Cai (che detiene il 51% di Alitalia/Ethiad mentre l’altro 49% è in mano emiratina), non è riuscita a salvare l’ex compagnia aerea di bandiera. Con il risultato del referendum i lavoratori di Alitalia hanno detto inequivocabilmente che non si poteva andare avanti così. Perdite economiche, fallimentari piani industriali (l’ultimo semplicemente ridicolo), uso iniquo ed abuso degli ammortizzatori sociali, il continuo calo di quote di mercato passeggeri. I risultati di questi anni, che dovevano essere di rilancio, hanno invece ridotto in briciole quel che rimane di Alitalia.

La credibilità delle parti in campo è stata pari allo zero. Il Governo ha avuto paura di chiudere definitivamente con i sussidi pubblici (7 miliardi di euro in 40 anni) garantendo con un decreto ad hoc altri 300 milioni di garanzia, autorizzando Poste alla propria quota di ricapitalizzazione ed esercitando una forte pressione sulle banche per assicurare la decisiva quota degli altri soci Intesa e Unicredit. I sindacati escono scavalcati e delegittimati dal referendum. Il consociativismo di governo e sindacati è naufragato e finalmente si apre una stagione nuova dopo un’agonia durata decenni che ha reso ridicola l’Italia.

Si è distrutta ricchezza, anziché crearla, in un settore, come quello aereo, in forte espansione nel mondo. Per questo è inaccettabile qualsiasi nuova ipotesi di nazionalizzazione. Ora il Governo si deve limitare a garantire rapide procedure fallimentari e le tutele sociali necessarie. Il referendum è avvenuto su tre presupposti sbagliati.

1) Le perdite sono nettamente superiori a quelle dichiarate nel conto economico del 2015 grazie ad un artificio di bilancio. Sono almeno 35 i milioni che vengono portati a patrimonio, mentre invece sono spese d’esercizio. Cifra consistente che darebbe amare sorprese e condizionerà gli esercizi futuri. Anche i ricavi da terzi sono stati gonfiati da operazioni infra-gruppo per ridurre le perdite.

2) Il nuovo piano industriale di rilancio non è all’altezza della situazione. È impossibile ridurre i costi operativi e i volumi dell’offerta (meno aerei e meno personale) e allo stesso tempo aumentare i ricavi come prevedeva l’ultimo piano industriale. Inoltre il piano non dice come aggredire il mercato di breve raggio in mano alle low cost, con quali strutture e con quali procedure organizzative. E neppure viene spiegato come si potranno ridurre i costi di handling e la bassa efficienza nella base di armamento di Alitalia, Fiumicino.

3) La proprietà di Fiumicino (Atlantia) è in conflitto d’interesse, essendo anche azionista di Alitalia. Dove ritrova maggior vantaggio economico? Comprando servizi come Alitalia o vendendoli come Atlantia? Sta di fatto che Fiumicino ha aperto massicciamente ai voli low cost facendo convivere agli stessi terminal segmenti di mercato diversi con ripetuti momenti di congestione che abbassano ulteriormente la produttività dei voli delle compagnie tradizionali. Perdendo 7 milioni di passeggeri in 10 anni (2005-2015), mentre tutte le altre compagnie tradizionali e low cost (Air France-KLM, Ryanair, Lufthansa) li hanno aumentati.