Gli abitanti di Teramo lo chiamano “il Ceppo”. Stando ai racconti degli anziani, è un albero secolare che non ha voluto morire: colpito da un fulmine che ne ha bruciato tutti i rami, il fusto ha resistito ed è rimasto in piedi. Per tutti gli altri quel luogo è Bosco Martese. Sentieri tortuosi, fossati e abeti bianchi a 1300 metri sui Monti della Laga, sull’Appennino abruzzese. È qui che la guerra partigiana – intesa come lotta militare organizzata – ha avuto inizio. Perché è vero che il battesimo della Resistenza è a Porta San Paolo. Ma a Roma, all’indomani dell’8 settembre, si trattò di scontri urbani. Quella del 25 settembre 1943 a Bosco Martese è invece, come disse Ferruccio Parri, “la prima nostra battaglia in campo aperto”. Guerra vera, per così dire. “Un esordio clamoroso” della lotta partigiana. Clamoroso per il suo “carattere militare evoluto: quel carattere che la Resistenza acquisirà nel suo complesso solo nella fase piena della sua maturità” dice lo storico Roberto Battaglia.

Per capire quella prima battaglia al confine tra Abruzzo, Lazio e Marche, bisogna tornare indietro di un paio di settimane. È il 12 settembre quando nel centro di Teramo, in Piazza Garibaldi, viene disarmata una colonna motocorazzata dell’esercito tedesco. Il convoglio della Wehrmacht sta risalendo dal sud Italia, direzione Ascoli Piceno, e non si aspetta di trovare ostacoli. Men che meno un’insurrezione. A guidarla è Ettore Bianco, un capitano dei carabinieri (poi medaglia d’argento al valor militare) che organizza l’imboscata con un gruppo di studenti, operai e impiegati della città. Dal comando di Pescara, però, arrivano ordini precisi: evitare qualsiasi atto di ostilità nei confronti dei nazisti, lasciarli transitare verso nord senza colpo ferire. Del resto gli Alleati, corre voce, sono alle porte di Napoli: saranno loro a liberare l’Abruzzo. Riconsegnare le armi rubate è l’unico modo per evitare rappresaglie.

Ma non tutti obbediscono. Bianco indugia, il capitano d’artiglieria Giovanni Lorenzini è ancora più risoluto: si oppone e indica indicare la via dei monti. È il 17 settembre quando uno sparuto manipolo di rivoltosi si trasferisce sui boschi intorno al Ceppo. “Le testimonianze a questo punto si fanno un po’ confuse. Perché scelgono quella località?”. Costantino Di Sante è uno storico che ai fatti di Bosco Martese ha dedicato anni di studi. “Alcune fonti ci dicono che vicino al Ceppo si fossero già rifugiati i fratelli Felice e Antonio Rodomonti: antifascisti dichiarati datisi alla macchia per sfuggire a ritorsioni”. Il passaparola si mette in moto: raggiunge Teramo e i paesi vicini. A Bosco Martese arrivano alla spicciolata militari di vari corpi e reparti, che portano tutte le armi che riescono a sottrarre alle caserme ormai allo sbando. Ma accorrono anche semplici cittadini, operai, studenti. Molti fanno parte del “Comitato insurrezionale”, nato a Teramo dopo l’8 settembre: un gruppo di antifascisti, soprattutto comunisti, che si ritrovano nelle riunioni organizzate in città dal medico Mario Capuani.

Ma al Ceppo si presentano anche tanti adolescenti: ragazzini di 13 o 14 anni spinti dalla curiosità, che però non sanno neppure imbracciare un fucile e per questo vengono rimandati indietro. E infine i militari stranieri: partigiani jugoslavi, perlopiù, ma anche statunitensi, canadesi, neozelandesi, fuggiti dai campi di internamento di Corropoli e Nereto nel tentativo di unirsi alle truppe alleate in Campania. Alla fine conoscono gli antifascisti teramani e decidono di unirsi a loro. Ad assistere il gruppo antifascista sono le donne. Una di loro è Wjlma Badalini, figlia del partigiano Nicola – che di lavoro faceva il capostazione -: lei sarà la prima a commemorare la battaglia, nel 1945.

Ma i movimenti dei ribelli non passano inosservati. Pare che la prima ad allertare i nazisti, racconta Di Sante, sia la moglie di un gerarca teramano. I tedeschi, così, scoprono che su quei monti si sta organizzando la guerriglia, vengono a sapere che al Ceppo è stato addirittura portato un cannone. E il 25 settembre, un sabato, nelle stesse ore in cui Firenze subisce il bombardamento alleato, lungo i sentieri che salgono verso Bosco Martese si materializza una colonna della Wehrmacht composta da una trentina di camion. La sorta di “internazionale antifascista” che si è formata sull’appennino ha il suo fascino, ma nei momenti concitati in cui lo scontro deflagra la composizione multietnica della brigata non aiuta a coordinare le operazioni. “Con ogni probabilità – afferma Di Sante – il colpo di cannone venne sparato troppo presto. Appena videro i primi camion tedeschi, i partigiani non seppero tenere i nervi saldi. Avessero aspettato qualche minuto, avrebbero inferto perdite assai più pesanti e in breve tempo”.

Invece la battaglia dura 3 ore, tutta la mattina. E i nazisti non reggono: cinquanta di loro muoiono, sette auto vengono distrutte. Dopo pranzo i tedeschi battono in ritirata. Guidati dal carabiniere ribelle Ettore Bianco, i partigiani teramani vincono. Ma non s’illudono.

Sanno che i tedeschi torneranno con forze più consistenti, sono consapevoli di non poter reggere di nuovo l’urto della Wehrmacht in campo aperto. È così che quell’armata improvvisata decide di sciogliersi per dar vita a piccoli gruppi partigiani dediti alla guerriglia.

La vittoria avrà il suo inevitabile tributo di morte. Perché i nazisti non ci stanno a vedersi sconfitti da un manipolo di rivoltosi scapestrati e organizzano la rappresaglia. Uccidono subito i cinque ostaggi catturati nella battaglia, nelle ore seguenti ammazzano tre carabinieri e un soldato. Tra le vittime di quei giorni di vendetta, anche Mario Capuani, il medico di Torricella che aveva radunato in casa sua gli antifascisti teramani. Avrà la medaglia d’oro al valor militare. Ma solo grazie al presidente Sandro Pertini, nel 1980.