Oltre alla storia e alla geografia, la cultura, il buon cibo e vino, ci avvicinano alla Francia la dimensione, la grandezza e la struttura dell’economia, il ruolo del pubblico e il peso fiscale. Lo stesso non si può dire storicamente del sistema politico, ma oggi è giorno di riflessioni sul primo turno del voto francese e c’è un dato numerico che salta agli occhi.

Se confrontiamo i voti francesi con gli ipotetici voti dei partiti italiani che ci regalano i sondaggi, troviamo una similitudine interessante.

Considerando il sondaggio Swg sulle intenzioni di voto al 20 aprile, il Pd al 28.8% è quasi alla pari con la somma dei voti di Macron ed Hamon (30.2%), che ricoprono pressappoco lo stesso spettro di centrosinistra.

Sommando M5S e Lega si arriva invece al 40.7%, quasi speculare ai voti di Le Pen e Melenchon (41.1%). Queste due inusuali somme – di estrema destra ed estrema sinistra – possono essere identificate con il macropartito dell’anti europeismo e della protesta, della chiusura e del populismo.

Al netto della precisione dei numeri restanti, vi sono poi i due ampi schieramenti che decideranno entrambe le elezioni, ovvero i moderati di centro e centro-destra e il partito del non voto. Conquistare queste fette di elettorato permetterà di vincere e di governare bene. E se sembra scontato che quei voti vadano verso Macron, lì si trova la soluzione che il Pd deve saper cogliere nei prossimi mesi. È solo riconquistando la maggioranza silenziosa degli italiani che non si riconoscono in gruppi costituiti e nei partiti, o che si sono allontanati dalla politica, che il Pd potrà tornare a governare col vento in poppa.

Ricordo chiaramente l’entusiasmo che accompagnò le primarie del 2012, durante le quali tante persone si impegnarono per la prima volta in nome della nuova sfida liberal-democratica di Matteo Renzi contro la vecchia sinistra di Pierluigi Bersani, sulla base dell’idea che la sinistra potesse finalmente cambiare e diventare moderna, democratica e non più vetero comunista; ricordo il coinvolgimento negli eventi di preparazione e nel voto da parte di persone che mai si erano avvicinate al Pd e che vedevano in Matteo una speranza di modernizzazione e di cambiamento. Un entusiasmo che si è espresso al massimo nelle Europee del 2014 e che ha costituito la base sulla quale Renzi ha legittimato il proprio governo, che ben ha cominciato il difficile percorso di riforma di un Paese irriformabile.

Oggi dobbiamo avere il coraggio di ripuntare a quell’entusiasmo, tenendo bene a mente che le persone da motivare, da portare a votare – a partire dalle primarie – e da riavvicinare alla politica attiva, sono coloro che della politica si interessano, sempre che lo facciano, solo al momento del voto.

Dobbiamo ricordarci che per ogni militante strenuamente appassionato nei circoli (che Dio ce lo conservi) ci sono venti persone che lavorano, vivono con più o meno difficoltà ed esprimono bisogni, a volte anche di pancia e istinto, cui dobbiamo rivolgerci per cercare di soddisfarne richieste e necessità. A tutti coloro che non si interessano alla politica, ma che dalla politica vogliono risposte e proposte, dobbiamo parlare con umiltà proponendo la visione di un Paese nuovo, la cui costruzione sarà lunga e non semplice, ma cui dobbiamo tendere insieme.

La novità di Macron, la speranza che ha saputo dare al popolo francese stanca dei vecchi partiti, è emblematica.

Io ritengo che questa speranza vada però costruita all’interno del più grande partito di centrosinistra europeo, che il Pd debba essere orgoglioso del proprio ruolo, ma che debba svolgerlo rivolgendosi il più possibile a coloro che non costituiscono la sua base storica, allargandola ai lavoratori autonomi, ai professionisti, agli studenti, ai precari, ai commercianti attraverso proposte concrete, coinvolgendo quella base silenziosa che di più ha pagato questa crisi bastarda, quella parte di popolazione che rifugge la politica, ma che di politiche, volente o nolente, ha bisogno per poter vedere un futuro migliore e migliorare la propria condizione personale e lavorativa.

Le primarie del 30 aprile in Italia sono un’occasione per farlo, per riaffermare la centralità di un progetto liberal-democratico che guardi il più possibile alla classe produttiva e silenziosa, all’interno però di una visione che veda l’Europa realmente unita come un faro e un obiettivo grandioso e amico, che riaffermi con forza gli ideali di apertura al mondo, condivisione, solidarietà, sviluppo, senza cedere ai facili populismi di estrema destra ed estrema sinistra di chi vorrebbe un ritorno a un passato che non può tornare.

M5S e Lega, come Marine Le Pen, ci raccontano di tempi migliori passati in maniera irrealistica. Il Pd di Renzi, invece, ci parla di un futuro da costruire insieme passo dopo passo, consci di aver cominciato il percorso, ma che la strada da compiere è ancora lunga e che gli sforzi vadano moltiplicati. A volte il ritorno al passato sembra migliore perché più facile, ma è una facilità di cartapesta.

Io personalmente scelgo un futuro di speranza, allargando il mio interesse alle istanze di chi non la pensa come noi, ma che come noi voglia un’Italia migliore e non si rassegni al fatto che nulla possa essere cambiato e che l’unica soluzione sia la protesta a la rabbia generalizzata.