Dopo una campagna confusa, una serie tumultuosa di tradimenti, delusioni, separazioni in casa degna delle peggiori telenovelas, la Francia sceglie un neofita centrista, un marziano della politica francese, il giovane ex banchiere social-liberale Emmanuel Macron, ex-ministro dell’Economia di François Hollande. Dimessosi nell’agosto del 2016 per lanciare il suo movimento En Marche, Macron riesce un exploit impensabile ancora qualche mese fa, battendo il candidato della destra in un’elezione che sembrava già vinta dai Repubblicani dopo il pessimo quinquennio socialista e inferendo un colpo mortale alla sinistra in caduta libera a causa delle sue divisioni interne.

Il 7 maggio vedrà un ballottaggio tra Macron e Marine Le Pen, che ottiene il miglior risultato mai raggiunto dal suo partito, si congratula con sé stessa, si presenta come la candidata del popolo, contro il candidato del liberalismo e della globalizzazione, ma sa già ovviamente che non vincerà: chi voleva votarla, per protesta, per paura, per convinzione, l’ha già fatto al primo turno. Al secondo turno, potrà rastrellare voti in più dagli elettori dell’estrema sinistra e forse da qualche patriota di destra, ma non ha i numeri (anche se si prevede fino a un 38% di voti per il FN). La Francia ha scelto il centro. Le due grandi forze politiche tradizionali, il Partito Socialista e il Partito Repubblicano (ex UMP), non saranno al secondo turno. Mai successo.

Benché l’aria politica francese sembri più respirabile stamattina, resta scioccante il posizionamento del Fronte Nazionale e la sua presenza ormai stabilita e accettata nel panorama politico: 7,6 milioni di francesi hanno votato Marine Le Pen, la quale evidentemente non fa più paura, si presenta come un candidato accettabile nel panorama ormai sempre più diffuso del populismo nazionalista che erode le democrazie di tutto il mondo. Addirittura, il candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon, non ha avuto ieri sera il riflesso automatico della tradizione della sinistra repubblicana di incitare i suoi elettori a votare contro l’estrema destra, riservandosi di decidere per chi votare dopo aver consultato i suoi sostenitori.

E cosa succederà dopo il 7 maggio se la vittoria di Macron è confermata? La questione è aperta almeno fino alle elezioni legislative dell’11 e del 18 giugno. Macron non ha un partito: En Marche è un movimento che è stato spinto dal vento elettorale e dall’enorme vuoto di potere che le lotte intestine nei due partiti tradizionali avevano provocato. Ma non è chiaro come faccia ad ottenere una maggioranza all’assemblea. Dunque presenterà qualche candidato con l’etichetta En Marche e poi dovrà pescare a destra e a sinistra tra le rovine dei partiti tradizionali per avere una maggioranza. La cosa più probabile è che sia i socialisti che i repubblicani si dividano prima o dopo le legislative, tra quelli che vogliono governare con Macron e quelli che non vogliono. Già ieri sera la divisione nella destra era evidente: François Fillon, il candidato repubblicano travolto dagli scandali e battuto, ha incoraggiato i suoi elettori a votare per Macron al secondo turno. Ma l’abile Laurent Wauquiez, ex ministro della Ricerca sotto Sarkozy e politico rampante che punta probabilmente alla successione di Fillon, il grande perdente di queste elezioni, ieri sera non si è sbilanciato, limitandosi a dire che non voterà Le Pen, ma non dicendo apertamente di votare Macron: il suo ragionamento politico è evidente. Wauquiez spera ancora che la destra possa vincere alle legislative e dunque possa imporre una co-abitazione a Macron, con un primo ministro repubblicano. Per questo è meglio tenersi nel vago e non mostrarsi come un sostenitore del futuro presidente

A sinistra, dopo il risultato scadentissimo del candidato ufficiale, Benoît Hamon, che ottiene il 6,3% dei voti, una rimonta alle legislative sembra impensabile. La cosa più probabile è che la scissione del partito si confermi e che nascano nuove forze politiche.

Macron gode quindi di una situazione di grande fluidità in cui può far confluire in un centro liberale, pro-business e pro-Europa molti delusi e perdenti provenienti dai partiti tradizionali. Ciò che è certo è che la politica francese ritorna ad essere interessante dopo decenni di inutili dibattiti tra due formazioni contrapposte, socialisti e repubblicani, fatte in fondo di personaggi molto simili, alti funzionari con lo stesso curriculum di studi e carriere, divorati dall’ambizione personale, sommersi dagli scandali e fondamentalmente disinteressati alla realtà.

I risultati francesi sono anche un segno di una tendenza generale che conclude un ciclo politico: la fine dell’opposizione destra/sinistra e la predominanza oggi dell’opposizione populismo/liberalismo. L’ascesa della democrazia illiberale in Europa dell’Est, negli Stati Uniti, in India, in Turchia e in tanti altri paesi dovrà ora fare i conti con una Francia che ha scelto chiaramente la democrazia liberale.